E’ di questa settimana l’articolo del Corriere Economia che fa una classifica delle raccolte fondi delle organizzazioni nonprofit. Molto interessanti i dati che ne escono e che puoi scaricare qui , ma noi a Fund Raising Magazine ci poniamo una domanda. Non sarebbe ora, invece di garantire a parole o fare associazioni a garanzia dei donatori o altro, realizzare dei siti come fanno negli Stati Uniti che danno al donatore dei dati chiave per giudicare l’organizzazione nonprofit?
Ne avevamo già parlato anni fa qui su Fund Raising Magazine (nel 2005!) e lo ripetiamo oggi: sarà mai possibile avere in Italia un sito come Guidestar, Charitynavigator o Give dove si possono leggere, visibili a tutti o con semplice e gratuita registrazione, dei dati chiave sui bilanci delle organizzazioni e sulla raccolta fondi?!! O dobbiamo accontentarci di seppure lodevoli, ma sporadici, articoli fatti dai nostri principali quotidiani?
Esempio pratico: vuoi sapere quanto spende l’American Red Cross e quanto guadagna il suo direttore? Clicca qui e in pochi secondi numeri, cifre e grafici (tutti in una pagina e non in numerose pagine di sterili bilanci) appariranno sul tuo schermo. Puoi fare la stessa cosa in Italia?






Caro Francesco, complimenti per l’assiduità dei tuoi interventi e la loro articolazione.
So che con quanto scriverò correrò il rischio di apparire come colui che trova eccezioni sul facere altrui riducendosi di fatto a sostenere l’immobilismo.
Ma corriamo il rischio visto che continuo a leggere dati a caso su autorevoli quotidiani che finiscono poi con influenzare l’opinione pubblica erroneamente.
Fai giustamente riferimento ad esperienze tra l’altro di lunga data come charity navigator, give, ecc. ma stiamo parlando di esperienze e di criteri esplicitati e di un contesto, quello statunitense dove il non profit conosce altre regole, sviluppo ed operano in un contesto che non ha nulla a che vedere con l’Italia
Concorderai con me che comparare capre e cavoli porta a strani risultati. La prima caratteristica per un’analisi di benchmarking è la definizione dei punti in comune, segnalando gli scostamenti che possono a loro volta dar luogo ad ulteriori elementi di conoscenza.
Ebbene l’articolo che citi e ahime anche altri a cura di Un-Guru sul sole 24, purtroppo compara con una scarsa conoscenza dell’oggetto in analisi.
Nell’articolo da te citato viene tra l’altro messo in luce il problema dell’eterogeneità ma sembra che a questo problema “gli analisti hanno analizzato statuti, regolamenti, bilanci, …” hanno trovato vie d’uscita!!. Non si comprende quali!
Lo sviluppo delle organizzazioni in Italia è davvero diversificato e sebbene da anni si stia lavorando su più versanti, soprattutto quello legislativo, per ricondurle ad un’unicum, definendo un settore, ONLUS, ONP, ecc. ancora esistono una miriade di realtà difficilmente comparabili per storia, settore d’intervento, principi contabili, forma giuridica ecc.
Conosco abbastanza ben gran parte delle organizzazioni citate e sebbene alcune presentano importanti margini di comparabilità, la gran parte no.
Non c’è solo una questione di schemi di bilancio diversi e principi contabili, vi è una forte differenziazione anche sulla modalità del reperimento delle risorse, e dato che è quello il dato che si vuole comparare l’operazione è appunto quella di comparare capre e cavoli.
Prendo ad esempio Coopi solo perché salta agli occhi. La si presenta come tra la migliori organizzazione in termini di performance. Si lancia il messaggio che dei 100 € dati a Coopi in donazione solo 7 di questi vanno in costi operativi.
Conosco COOPI è una serissima ONG e seppure sia tra le più grandi ONG italiana ha iniziato ad occuparsi di fundrasing in forma strutturata da alcuni anni e per adesso con risultati marginali.
Coopi riceve circa il 92 % delle risorse da finanziatori pubblici nazionali e soprannazionali. Ossia solo l’8 per cento del proprio bilancio è composto da donazioni private. Si tenga altresì conto che il finanziamento pubblico spesso prevede quote a diretta copertura dei costi di gestione, quote che vanno dal 5 al 10 % del finanziamento.
Sulla base di cosa si compara un dato di COOPI che da un bilancio di oltre 38 milioni di euro ne riceve 2 milioni in donazioni private, con Umana Mente che è essenzialmente un ente erogativo (finanzia progetti altrui) ed ha un unico donatore (Gruppo RAS), oppure con MSF che è nata e cresciuta sulla e con la raccolta fondi e di fondi pubblici ne riceverà forse nel 2008 a seguito del 5 per mille?
Volendo definire quanti fondi vanno nelle attività di supporto o complementari, piuttosto che nella mission, significa per lo meno tener conto di questo aggregando organizzazioni che reperiscono le loro risorse facendo appello al settore privato rispetto ad organizzazioni che non ricorrono a ciò ma si limitano a partecipare a bandi, gare, ecc.
Negli ultimi 10 anni molte organizzazioni che contavano essenzialmente sul finanziamento pubblico, a causa della contrazione dello stesso hanno iniziato a differenziare le loro fonti di finanziamento rivolgendosi al privato e alle donazioni. Si pensi al CESVI, ma anche ad AMREF, AVSI (volendo citare ONP presentate nell’articolo).
Restano ancora oggi organizzazioni che rivolgono la loro attenzione prevalentemente al finanziamento pubblico, altre al finanziamento privato altre ancora con un buon mix.
Giustifico il mio intervento, ahime dilungandomi, perché ritengono pericolosa l’operazione che si sta facendo e questo riferendomi anche alle iniziative di Un_Guru che si è messo addirittura a calcolare un dato di eccellenza per le organizzazioni. E’pericolosa perché poi avrà una ricaduta nei media e nell’opinione pubblica. La mia speranza è che queste iniziative piuttosto incentivi nelle stesse ONP la necessità di regole comuni per lo meno per un senso di giustizia.
Detto ciò sono fermamente convinto che in Italia vi è la grossa necessità in Italia di garanzie per i donatori non istituzionali.
Grazie per il tuo lavoro
Mario Consorti
grazie Mario per il tuo intervento molto particolareggiato. Quello di cui io personalmente ho paura è che si usi il dato “quanto spendono le organizzazioni nonprofit per fare raccolta fondi” come linea di confine entro cui sei o non sei una “buona” onp. E’ o può essere l’unico criterio? E’ da lì che si capisce effettivamente se i servizi dati sono efficaci? Concordo con te sul fatto che gli Stati Uniti sono una realtà diversa con leggi e usi diversi, però spero converrai con me che, oltre a certificare i bilanci e le raccolte fondi (cosa sempre utile e apprezzata) sarebbero a volte anche interessanti e curiosi certi dati che i siti americani che ho citato danno gratuitamente a tutti i navigatori della rete internet. Ad esempio il compenso del direttore dell’organizzazione nonprofit, i primi 5 salari in ordine di grandezza che vengono erogati dall’onp e tanti altri dati con cui si possono facilmente comparare le organizzazioni nonprofit. Se esistessero in Italia siti come quelli statunitensi che ho citato forse sarebbe più facile fare una comparazione, su voci di spesa o investimento comuni alle varieorganizzazioni, fra organizzazioni nonprofit senza per forza doversi leggere tutti i bilanci delle organizzazioni o dover avere competenze riservate ad economisti o giuristi. Il problema è che la fiducia dei donatori non la si conquista per me a suon di certificazioni o tabelle comparative con scritti solo i costi della raccolta fondi che portano là dove dici tu ad una “ricaduta nei media e nell’opinione pubblica”. Ma per fare questo dovrebbero essere le onp a proporlo non lo stato a imporlo prima o poi. Dunque la parola spetta alle organizzazioni, magari se altri vorranno commentare su fundraising.it saremo ben lieti di iniziare un dibattito, confronto positivo su questo tema. ciao e grazie per il tuo intervento. Francesco