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Idee e strumenti per fare fundraising
 

by Raffaella Tassinari
21.11.2016

Quando il Fundraising salva la cultura. Il caso del museo Victoria&Albert

Cosa succede ad un museo quando le erogazioni statali vengono drasticamente tagliate? Rinasce grazie alle donazioni dei privati.

Non è ovviamente una regola ma nemmeno utopia. È quanto successo, infatti, oltre manica nel museo inglese Victoria&Albert situato nell’elegante quartiere londinese di South Kensington. Un modello a cui le istituzioni culturali di tutto il mondo dovrebbero guardare in un periodo in cui i tagli alla cultura accomunano la maggior parte dei governi.

Nel caso specifico, la riduzione dei finanziamenti pubblici è stata pari al 15% passando da 44 a 37 milioni di sterline di erogazioni statali. Una perdita considerevole per un museo a entrata libera che fa pagare il biglietto solo per le mostre. Eppure a fronte di una diminuzione dei soldi pubblici, il Victoria&Albert ha messo a segno acquisizioni importanti, ha ristrutturato il 75% delle gallerie e ha registrato un’impennata dei visitatori. Lo scorso anno, questi ultimi hanno raggiunto la cifra record di 3 milioni e 300mila, un numero che quadruplica quello di 15 anni fa e stacca quasi del doppio quello degli Uffizi di Firenze (1 milione 971mila visitatori nello stesso periodo) solo per prendere un esempio italiano.

Ma allora che è successo in questi tre lustri? A fare la differenza è stato il fundraising che, lo scorso anno, ha toccato la quota record di 25milioni di sterline. A mettere mano al portafoglio sono stati privati e Fondazioni che forse, così facendo, hanno spinto il museo londinese a rodare un modello gestionale innovativo e creativo. In una parola, vincente. Ovviamente, accanto alla raccolta fondi, la struttura ha predisposto un corollario di iniziative che le permettono di generare incasso. Corsi per i cittadini, tenuti da esperti e docenti ad un ricco programma di eventi che mira a dare un significato nuovo alla parola museo svincolandolo dalla stantia idea di un luogo in cui ammirare meramente opere d’arte.

Un modello vincente che potrebbe salvare le nostre opere d’arte di pari passo ai bilanci dei musei italiani e, dunque, alla nostra cultura. Il nostro Paese è, infatti, quello con più siti Unesco “patrimonio dell’umanità”. Già nel febbraio del 2011 sulle pagine del Corriere della Sera, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella quantificavano il danno culturale ed economico di una sciagurata gestione delle ricchezze culturali della nostra splendida penisola. “Le gallerie della Tate Britain – scrissero i due giornalisti - hanno «fatturato» nell'ultimo anno fiscale 76,2 milioni di euro, poco meno degli 82 milioni entrati nelle casse con i biglietti di tutti i musei e i siti archeologici statali italiani messi insieme. Il merchandising ha reso nel 2009 al Metropolitan Museum quasi 43 milioni di euro, ben oltre gli incassi analoghi di tutti i musei e i siti archeologici della penisola, fermi a 39,7. Ristorante, parcheggio e auditorium dello stesso museo newyorkese hanno prodotto ricavi per 19,7 milioni di euro, tre in più di tutte le entrate di Pompei, il nostro gioiello archeologico. Dove i «servizi aggiuntivi» sono stati pari a 46 centesimi per visitatore: un ottavo che agli Uffizi, un quindicesimo che alla Tate, un ventisettesimo che al Metropolitan, un quarantesimo che al MoMa, il Museum of Modern Art. Un disastro. Per non dire di come custodiamo le nostre ricchezze “.




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