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Idee e strumenti per fare fundraising
 

by Simona Biancu
29.09.2017

Quando i problemi delle Organizzazioni di Volontariato sembrano essere … i volontari!

Negli ultimi mesi sono stata contattata da alcune OdV, in misura maggiore rispetto a quanto di solito accade – per chi non fosse aduso alla materia, le Organizzazioni di Volontariato sono quelle che svolgono la loro attività essenzialmente attraverso il volontariato, che si caratterizza per essere prestato in modo personale, spontaneo e gratuito attraverso l'organizzazione di cui il volontario fa parte.

Ne sono stata felice, naturalmente, anche perché mi ha permesso un’immersione in una realtà con cui mi confronto meno spesso che con Fondazioni o Enti filantropici di natura giuridica diversa.

Ho trovato una grande ricchezza di voci e un pezzo di storia importante del nostro Paese, quello fatto di tante piccole e piccolissime organizzazioni nonprofit che portano avanti iniziative lodevoli e utili.

Tuttavia c’è, naturalmente – perché altrimenti non ne scriverei – un però. Più d’uno, a dire il vero, che voglio provare qui a sintetizzare nelle tre dimensioni che, più di altre, mi hanno dato e mi danno da pensare.

Premetto che il contatto è avvenuto da parte di Presidenti o, in generale, di membri dei Consigli Direttivi, quindi da persone che hanno fatto già un passo in più verso la consapevolezza che occorre un approccio professionale diverso rispetto al passato nella gestione delle rispettive organizzazioni – e questo, devo essere sincera, è già molto di più di quello che vedevo non tanti anni fa.

I tre punti di criticità, dunque:

1- il fattore tempo, riferito a quello dei volontari e “dell’organizzazione”.

Una delle organizzazioni che, come scrivevo, mi ha contattato, ha evidenziato come fattore di criticità la scarsa disponibilità dei volontari a prestare il proprio tempo. Essendo una organizzazione che si occupa di primo soccorso è evidente che il tema è prioritario. Unitamente alla diminuzione della disponibilità in termini di numero di ore, è diminuito anche il numero dei volontari, alcuni “silenti” da qualche anno, altri andati via di recente.

Cercando di approfondire il tema e avendo l’idea – derivante da alcune frasi lanciate qua e là durante la conversazione – che il tema non fosse tanto il tempo in sé, quanto il calo di motivazione, ho fatto qualche domanda sui turni, sull’impegno richiesto, sulla frequenza del confronto tra volontari e Consiglio Direttivo. Le risposte sono state, nell’ordine: 4 turni al mese da 6 (orario diurno) e 12 (notturno); nessun tipo di confronto, ma anzi una sorta di conflitto sotto traccia che emerge nel rifiuto di prestare 4 turni mensili per il 90% dei volontari attivi, nella critica dell’operato del Consiglio, un atteggiamento quasi ricattatorio di fronte alle richieste di arrivare ai 4 turni mensili con risposte del tipo “se non ti vanno bene i miei 2 turni vado via”.

Ho esposto il mio pensiero facendo presente che probabilmente è un carico troppo pesante per chi, oltre al volontariato, abbia anche altri impegni di lavoro o familiari. La risposta è stata: “abbiamo sempre fatto così e fino a 20 anni fa andava bene”.

 Il fattore tempo, dunque. 20 anni per prendere consapevolezza di un cambiamento è troppo, in qualunque caso. Probabilmente 20 anni fa le condizioni di vita e di lavoro erano differenti e, in ogni caso, oggi sono tali da rendere difficoltosa una gestione del tempo che sottragga circa 24 ore mensili ai propri “doveri”.

Il mio suggerimento è stato di prenderne atto e riformulare un piano di gestione dei volontari a partire da una richiesta di disponibilità diversa, magari a blocchi di due ore da calibrare in base al fabbisogno dell’organizzazione. E, a partire da una nuova mappa in tal senso, ricostruire il rapporto con i singoli su una base maggiormente fiduciaria e di reciproco ascolto.

 Mi ascolteranno? Non so: cambiare è un percorso lungo che implica una volontà di mettersi in gioco e di tenere, allo stesso tempo, la barra dritta per governare la situazione avendo sempre presente l’obiettivo finale – in questo caso il servizio di primo soccorso alla comunità. Ma me lo auguro – anche perché la comunità potrebbe anche essere la mia e vorrei sapere che le cose funzionano a dovere.

 

       piccolo inciso di colore: mi è stata chiesta una

disponibilità a collaborare con l’organizzazione per

sviluppare un percorso con i volontari, con la specifica

però che gli incontri avrebbero dovuto tenersi in

settimana dopo le 22 oppure la domenica perché il resto

dei giorni sono tutti troppo impegnati. Lascio a voi

indovinare la risposta.

 

2 - il fattore organizzazione, riferito in primis al Consiglio Direttivo

Altra esperienza: un Consiglio Direttivo recentemente entrato in carica dopo parecchi anni di ”non-gestione”, come è stata definita, dal precedente gruppo dirigente, si è trovato a gestire un’organizzazione composta da un mix di volontari (la maggioranza) e dipendenti entrambi ugualmente scontenti.

I primi perché estromessi da qualunque relazione con i precedenti Consigli in nome di una non meglio precisata esigenza di riservatezza; i secondi in quanto frustrati da un ambiente di lavoro conflittuale, rancoroso, poco stimolante, che li ha portati a richiedere ed ottenere un part-time, con una conseguente riduzione dell’attività d’ufficio che oggi ricade in toto sul Consiglio Direttivo.

 Le storture:

                                un’organizzazione di volontariato, come qualunque altra forma associativa, si basa sul cosiddetto principio democratico, per cui i soci devono essere informati della vita dell’associazione. Non ricevere feedback sul proprio operato, o sapere che le riunioni del Consiglio sono a porte chiuse perchè – cito testualmente – non si deve sapere l’ammontare delle entrate da fundraising, contrasta con qualunque principio di gestione organizzativa, oltre che con il buon senso. Porta ad un clima di sospetto. Non fa crescere l’organizzazione.

                                un consiglio Direttivo che svolga quasi interamente lavoro d’ufficio non avrà mai il tempo per ragionare sulla visione, per “andare fuori”, promuovere l’organizzazione, diventare un ambasciatore della stessa ai fini della reputazione, della visibilità, del fundraising. Sarà preso da mille scadenze e non avrò tempo neppure per parlare con i volontari o i dipendenti – e men che meno con i donatori!, ascoltarli, essere propositivo. L’emergenza è una cosa, altro è far diventare questo approccio una pratica ordinaria.

 

Cosa fare? Sedersi intorno ad un tavolo e, con la massima trasparenza affrontare i problemi dando loro un nome e un cognome (non nel senso della/e persona/e che ha causato il problema, ma attraverso una loro identificazione precisa), così da renderli chiari ed espliciti e poter iniziare ad affrontarli, un passo per volta.

E’ esattamente questo che ho suggerito ad una delle organizzazioni di cui sopra. Andare avanti a testa bassa sperando che qualcosa cambi da sola, con una sorta di intervento divino, è utopia. Di nuovo: cambiare richiede consapevolezza, coerenza, e anche tanta energia, oltre che un’idea chiara e condivisa del punto di arrivo. Senza queste tutto il resto è vivacchiare, nella migliore delle ipotesi.

               

 3 - il fattore motivazione

Come scrivevo più sopra, nella mia esperienza è quello la cui caduta è alla base dell’allontanamento dal volontariato. Al di là di cause personali oggettive, spesso i volontari si allontanano perché scema il sentirsi utili per una causa, la percezione di fare la differenza dentro un’organizzazione.

Questa è una delle criticità che più spesso rilevo nel mio lavoro: il dare per scontato che chi è con noi (organizzazione) oggi lo sarà per sempre. Ed è un teorema che vale per i donatori, i volontari, i dipendenti – e per qualunque tipo di relazione personale, a dire il vero.

Nulla di più sbagliato.

Motivare i volontari, tenerli vicini al cuore della mission, fare in modo che la loro attività sia gratificante moralmente, ascoltare difficoltà e obiettivi, è compito del Consiglio Direttivo. Che però, spesso, è impegnato a fare altro e, pur magari nella consapevolezza che bisognerebbe stare di più con i volontari, non ha tempo.

E, all’improvviso, scopre che di quasi cento volontari gli effettivi sono trenta, e neppure tutti contenti. E non sa cosa fare – è evidente che mi riferisco ad una esperienza concreta.

Più volte mi sono sentita dire, di fronte al calo del numero dei volontari: potremmo proporre un incentivo in denaro per fidelizzarli. Ecco, lasciatemelo dire con chiarezza: questa è un’aberrazione, di nome e di fatto. Perché un volontario è qualcuno che presta – volontariamente, appunto, e senza pretendere una corrispettiva remunerazione – la propria opera a favore di una causa. Un incentivo economico – e trascuro volutamente la non liceità della questione – trasformerebbe il rapporto … in cosa? Non in un rapporto di lavoro, che per sua natura è/dovrebbe essere regolato da un contratto; in una sorta di legame “garantito” dai soldi? No, perché sarebbero troppo pochi per generare un reddito. E quindi? E quindi la mia risposta, tutte le volte – e non sono pochissime – che mi sono sentita dire questo, è sempre stata un chiaro “non fatelo”. Perché non serve. Non motiva. E’ diseducativo. Non produce fidelizzazione né voglia di continuare a fare volontariato se non forse, per alcuni, nel brevissimo periodo. Sarà inevitabilmente fonte di ulteriori problemi. E’ contro la legge, peraltro.

E allora? E allora, anche qui, non ci si improvvisa. Per risolvere i problemi occorre affrontarli alla radice, con calma e chiarezza. Le “toppe” non servono se non, appunto, a tenere insieme per un po’ qualcosa che si è rotto. Per aggiustarlo occorre capire le cause della rottura e fare un lavoro “di fino”.

 

Torno, dunque, a quello che era il tema iniziale, ovvero la professionalizzazione.

Il volontariato è cambiato – è interessante leggere le recenti ricerche sul volontariato pubblicate da CSVnet, ad esempio, per averne un’idea.

Le persone continuano a fare volontariato per la gioia di fare qualcosa per gli altri, perché è bello sapere di poter-si dare– potrei citare davvero tantissimi esempi che aprono il cuore.

I soldi non sono la molla di tutto. Sono importanti, certamente. Ma non costituiscono – non sempre, perlomeno - l’unica ragione per cui una persona fa qualcosa.

Se è così, nel volontariato, c’è un’enorme crepa nelle fondamenta.

E allora occorre affrontare il tema dei volontari con occhi nuovi, aperti alla realtà attuale, alla sua complessità, e non avere paura di cambiare: non è (sempre facile), ma è l’unico modo che esiste perché le cose siano diverse, migliori.

 

Simona Biancu

Fundraising, Filantropia strategica, CSR


 




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