storia della Lega del Filo d'oro Rossano Bartoli
Storie di nonprofit

La storia della Lega del Filo d’Oro. Melandri Intervista il presidente Rossano Bartoli

La storia della Lega del Filo d’Oro, ce la racconta Rossano Bartoli nella prima puntata della 2° edizione di Casa Fundraising. Rossano incarna l’associazione stessa: 50 anni dedicati alla Lega del Filo D’oro, iniziati da volontario fino a diventarne il presidente.

La sua Storia

Nel 1968 Rossano ha iniziato alla Lega del Filo d’Oro, come volontario.  A 25 anni è diventato Amministratore delegato dell’associazione. Sono Passati 52 anni da allora e la sua storia con l’organizzazione non è mai finita. Oggi è il presidente non ha mai perso la passione e la dedizione alla causa.

Già agli inizi del suo lavoro, senza neanche saperlo, Rossano era lanciato sulla raccolta fondi.
Andava in comune, prendeva le planimetrie delle strade, controllava strada per strada, numero civico per numero civico. Cosa c’entra con la raccolta fondi? C’entra eccome, perché il giorno dopo, si assicurava che i suoi colleghi, suonassero tutti i campanelli del quartiere per chiedere una donazione. Qualcuno addirittura gli chiedeva “Ma perché a casa mia non siete passati a chiedere la donazione?”.

Questi aneddoti fanno parte della storia della Lega del filo d’Oro. Sicuramente erano altri tempi, ma la tenacia, la dedizione, e la passione sono ancora quelle ogni fundraiser DEVE avere.

Rossano, dopo essere andato in pensione ti sei trovato impegnato nel più grande progetto di raccolta fondi mai stato fatto alla Lega del Filo d’Oro: la costruzione di un nuovo centro. Cosa ne pensi?

È un progetto straordinariamente belle e impegnativo, sia dal punto di vista finanziario, sia immobiliare. Rivedo un sogno che si sta realizzando. Quando siamo partiti non ci abbiamo pensato più di tanto, avevamo bisogno di un centro migliore per bambini e ragazzi pluridisabili e lo stiamo realizzando. All’inizio ci siamo basati su un finanziamento pubblico, e sulle rendite di alcuni beni immobiliari che ci erano arrivati negli anni, soprattutto dalle campagne lasciti. E poi abbiamo attivato (e stiamo attivando) tutti gli strumenti di raccolta fondi che abbiamo.

Il team per te è molto importante, non è così? Cosa vuoi dirci dei tuoi collaboratori?

Quando abbiamo iniziato, non esisteva un vero team di raccolta fondi. C’erano due ragazze che si occupavano di segreteria, che si sono inventate un mestiere per tenere le prime relazioni con i primi donatori. Adesso siamo un bel gruppo, di ottimi professionisti. E questo è frutto di un lungo lavoro, abbiamo sempre investito guardando al futuro. Diciamo che mi sento tranquillo, dopo 52 anni, per il passaggio di consegne.

Qual è un’abitudine che non hai mai perso?

C’è chi la mattina legge il giornale, io invece leggo tutti i bollettini delle donazioni e tutti i report dei conti correnti dell’associazione. Leggo tutti i nomi, anche perché molti li conosco: quando firmo una lettera è perchè ci tengo, e se chi la riceve fa una donazione voglio saperlo. Voglio essere sul pezzo perché i rapporti con i donatori sono essenziali. Solo così puoi personalizzare in modo autentico e vero il GRAZIE dopo ogni donazione. C’è tanto da imparare!

Cosa non ti piace della raccolta fondi?

A volte mi sembra che si lavori come se noi vendessimo un prodotto. Come il mondo profit. Noi in parte facciamo anche questo, ma noi trasmettiamo valori. Diamo l’opportunità alle persone di sostenere cause importanti e stare meglio con sé stesse e non bisogna dimenticarselo.

Cosa che non faresti se potessi tornare indietro?

Noi siamo stati tra le prime organizzazioni a parare di lasciti solidali. La prima campagna l’abbiamo fatta nel ’92, Renzo Arbore era il nostro testimone. Se potessi tornare indietro inizierei ancora prima, perché i lasciti sono uno strumento di raccolta fondi potentissimo e da frutti nel lungo periodo.
Noi ogni anno abbiamo circa 60/70  tra testamenti e polizze vita. Per noi coprono il 30% della raccolta fondi. Ma è uno strumento che mi piace anche perché permette di instaurare un bel rapporto con i donatori. Molti infatti vivono il distacco dalla vita con grande apprensione, perché non sanno a chi rimarrà tutto quello che hanno costruito negli anni. Soprattutto se non hanno eredi. Alcuni allora decidono di fare un lascito, vengono in associazione e ti ringraziano dicendo “ora sto meglio”. Ecco, secondo me c’è da riflettere!

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