Siamo in un vicolo cieco.
Le istituzioni culturali in Italia viaggiano spesso con il freno a mano tirato. I fondi pubblici calano e se non hanno mai preso seriamente in considerazione il fundraising sono dolori.
Succede ai teatri. Succede ai musei. Succede alle fondazioni.
E quando succede… fa male.
Presta attenzione. Sto per dirti una cosa che nel fundraising per la cultura quasi nessuno ha ancora capito davvero.
Se vuoi raccogliere tanto, non devi partire dagli eventi. Devi partire dal territorio.
In Italia la sequenza ĆØ quasi sempre sbagliata:
Ć una logica debole. Chi rincorre, di solito, raccoglie meno.
La realtĆ ĆØ questa: per raccogliere fondi per la cultura non devi vendere cultura. Devi vendere il cambiamento territoriale che passa attraverso la cultura.
Cosa troverai un questo articolo
Il piano dāazione che ti suggerisco
Ecco il piano d’azione per cambiare tutto, partendo da domani mattina:
Rovescia la sequenza.
Non partire dal “bisogno di soldi per la rassegna”. Parti dal problema: una cittĆ che perde giovani, un centro storico spento, una reputazione debole. Il progetto culturale ĆØ lo strumento, non il fine.Ā Devi dunque vendere e saper costruire unāaltra sequenza:
Scrivi una visione nitida.
Nel fundraising per la cultura, la poesia ĆØ il rumore di fondo che copre l’assenza di strategia. I donatori non investono in “progetti belli”, investono in progetti che hanno una traiettoria. La cittĆ di Hull (cittĆ per la cultura UK nel 2017) ha raccolto 32,8 milioni con quattro parole: “A city coming out of the shadows”.
Ā
Non hanno parlato di mostre, hanno parlato di riscatto. Il mio giudizio? Se la tua visione non può essere capita da un dodicenne o da un investitore che ha solo 30 secondi di tempo, non è una visione. à solo onanismo culturale. Smetti di cercare la frase che suona bene e trova quella che indica dove stiamo andando. Se non sai dire cosa cambierà tra dieci anni, non stai facendo cultura, stai solo organizzando eventi per riempire un calendario.
Coinvolgi il fundraiser prima.
Se lo chiami quando il programma ĆØ giĆ deciso, lo tratti come un procacciatore di sponsor. Ć un errore da dilettanti. Se chiami il fundraiser a programma chiuso, non stai cercando un professionista, stai cercando un venditore di miracoli. E i maghi nel fundraising non esistono, esistono solo i fallimenti annunciati.
Cerca l’orgoglio locale.
Smetti di inseguire il grande marchio nazionale che ti concede un “sƬ” stanco. Le imprese del territorio hanno un legame emotivo con il luogo. Hanno interesse diretto.
Ā
Vedo troppi teatri di provincia che mendicano il logo della grande banca nazionale per sentirsi importanti, ignorando l’imprenditore locale che sotto casa ha l’azienda e sopra il cuore ha il territorio. Il primo ti dĆ un ‘no’ formale, il secondo ti darebbe le chiavi della cittĆ se solo smettessi di parlargli di massimi sistemi e iniziassi a parlargli di impatto.
Non promettere eventi.
Prometti legacy, cioĆØ un futuro per la cultura che vada oltre il singolo evento in cartellone. Che cosa resterĆ dopo l’ultimo spettacolo?
Ā
Basta con l’ossessione del cartellone. Il cartellone ĆØ un costo, la legacy ĆØ un investimento. Se dopo l’ultimo spettacolo l’unica cosa che resta ĆØ una pila di pieghevoli da buttare, non hai creato valore, hai solo consumato budget.
Padroneggiare questo mindset richiede tempo. à più difficile? Sì. Ma è proprio per questo che funziona meglio.
Se lavori nella cultura e stai ancora cercando sponsor con una brochure in mano, devi fermarti, perchĆØ esiste un metodo nuovo per trasformare la tua voce e il tuo territorio. Dal 21 al 23 aprile ne parliamo alla Settimana del Fundraising per la Cultura.
Tre webinar, casi reali, zero teoria inutile.
Ć gratis. Ć concreto.
Il link per iscriverti ĆØ qui: https://www.festivaldelfundraising.it
Hai in mano un progetto o un programma?
Ora, la domanda vera ĆØ questa: che cosa devi fare domani mattina, non tra sei mesi?
Prendi il tuo progetto culturale. Apri un foglio. E rispondi, senza farti sconti, a queste cinque domande:
Quale problema del territorio stiamo davvero cercando di cambiare?
PerchĆ© questo problema dovrebbe interessare a unāimpresa, a una fondazione o a un grande donatore?
Qual ĆØ la frase di visione a cinque o dieci anni?
Quale parte del nostro progetto culturale ĆØ strumento, e quale invece ĆØ solo abitudine o decorazione?
Che cosa resterĆ dopo, se il progetto funziona?
Se non sai rispondere bene a queste domande, non hai ancora un caso forte. Hai un programma. Che non ĆØ la stessa cosa.
E allora ecco la sintesi brutale. Per raccogliere milioni per la cultura non devi vendere cultura. Devi vendere cambiamento territoriale attraverso la cultura.
Non devi chiedere sostegno per un cartellone. Devi costruire una ragione seria per cui qualcuno dovrebbe investire nel futuro di un luogo.
La cultura non ĆØ un buco da tappare con i soldi degli altri. Ć un investimento sul futuro. Se non riesci a dimostrarlo, il problema non ĆØ la crisi dei fondi, ĆØ la tua proposta.
Tutto ciò ti costringe a smettere di essere un “operatore culturale” per diventare un “visionario concreto”? Senza dubbio.
Tutto ciò costringe anche lāente pubblico e le fondazioni filantropiche a valutare in modo differente gli operatori culturali? Sicuramente, ma se non sono per primi gli enti culturali a proporre il cambiamento chi dovrebbe farlo?
Ma ĆØ l’unico modo per non finire tutti nell’irrilevanza. Se come fundraiser non sai rispondere alla domanda “Che cosa resterĆ di tutto questo tra dieci anni?”, allora non hai un progetto. Hai solo un costo. E i costi, prima o poi, vengono tagliati.




