Fundraising Religioso Tradizione Digitale

Fundraising religioso: la sfida di unire carità antica e canali digitali

Da oltre trent’anni lavoro nel fundraising religioso e ho avuto la fortuna di accompagnare molte organizzazioni di ispirazione religiosa, in Italia e all’estero. Ho visto nascere progetti, ne ho aiutati altri a rinascere, e ho toccato con mano quanto la dimensione spirituale possa essere una leva potente di generosità. Ho imparato anche che, senza strumenti professionali, visione di lungo periodo e trasparenza, questa ricchezza rischia di andare dispersa.

È con questa esperienza che propongo alcune riflessioni sul rapporto tra religione e raccolta fondi: un legame antico, ma che oggi deve confrontarsi con nuove abitudini, nuove tecnologie e nuove domande di senso.

Tabella dei Contenuti

Una lunga tradizione di carità

Le organizzazioni religiose sono state per secoli un argine alla povertà e un motore di coesione sociale. Chiese, parrocchie e oratori, ma anche comunità di altre confessioni, hanno gestito scuole, ospedali e servizi sociali ben prima che nascesse il welfare pubblico.

Ancora oggi questa presenza capillare è decisiva. In Italia, quasi il 12% delle strutture residenziali socio-assistenziali è gestito da enti religiosi: un’infrastruttura essenziale che accoglie decine di migliaia di persone fragili.

La storia è costellata di figure che hanno saputo innovare: i “santi sociali” come san Vincenzo de’ Paoli, san Giovanni Bosco o don Carlo Gnocchi hanno creato opere che ancora oggi ispirano istituzioni religiose e laiche. E non si tratta solo di cristianesimo: nel giudaismo la tzedakah richiama alla giustizia attraverso la condivisione, nell’islam la zakat è uno dei cinque pilastri, nelle religioni orientali il dono assume forme di sostegno al monastero o di compassione verso i bisognosi.

Questa universalità dimostra che la spinta a donare, radicata nei valori religiosi, è un motore potente: va però coltivata con metodo e competenza.

Oggi: tra secolarizzazione e nuove abitudini

Meno pratica, più fede

La contraddizione tra il “credere” (fede individuale) e il “praticare” (frequenza e partecipazione comunitaria) è un fenomeno sociologico ampiamente documentato, spesso riassunto nell’espressione “credere senza appartenere”.

In Italia, sebbene una larga maggioranza della popolazione si dichiari ancora cattolica o credente, i dati mostrano un calo costante della pratica religiosa regolare. I dati Istat certificano un calo dal 36% degli adulti che partecipano alla messa domenica nel 2001 al 19% nel 2022.

Adulti Messa Domenica Grafico

Per le istituzioni ecclesiastiche, che storicamente hanno legato la loro sostenibilità (e il fundraising) alla partecipazione attiva e alla presenza fisica in chiesa, questo scollamento ha diverse implicazioni cruciali.

Il modello di fundraising basato quasi esclusivamente sulle collette domenicali o sulle donazioni fatte in occasione di sacramenti (battesimi, matrimoni) diventa sempre meno affidabile.

Se la comunità si disperde, il messaggio deve cambiare per raggiungere il credente isolato, tramite:

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Focus sulla missione sociale: la narrazione deve enfatizzare l’impatto delle opere della Chiesa sulla società. Si sposta l’attenzione dalla necessità di sostenere la struttura ecclesiastica al valore di sostenere i progetti caritativi, educativi e assistenziali (il “cosa fa” la Chiesa, più del “cosa è”).

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Trasparenza e rendicontazione: I fedeli meno praticanti e più individualisti richiedono maggiore trasparenza su come vengono spesi i fondi. Un fundraising efficace oggi richiede una rendicontazione chiara e la dimostrazione che la donazione produce un risultato concreto in linea con i valori evangelici.

In conclusione, il fundraising in questo contesto deve passare da un approccio “parrocchiale” (locale, basato sulla frequenza) a uno “progettuale” (mirato, basato sulla missione), per intercettare il sostegno del grande numero di persone che, pur non frequentando regolarmente, si riconoscono ancora nei valori e nelle opere della fede.

Il peso dell’8×1000

In Italia l’8×1000 è un pilastro. Nel 2023 ha portato alla Chiesa cattolica oltre un miliardo di euro, allo Stato circa 330 milioni e quote più piccole a confessioni minoritarie. La tendenza, però, è in lento cambiamento: cresce la quota destinata ad altri e soprattutto resta enorme il numero di chi non esprime alcuna scelta. Per gli enti religiosi è al tempo stesso una sfida e un’opportunità: sensibilizzare i fedeli a firmare può fare la differenza.

Certamente. La parte relativa all’8xMille è cruciale per comprendere la sostenibilità economica della Chiesa Cattolica in Italia e le sue sfide di fundraising.

L’8xMille è il meccanismo attraverso il quale lo Stato italiano destina una quota del gettito IRPEF (l’8 per mille, appunto) a una confessione religiosa con cui ha stipulato un’intesa, o allo Stato stesso. Per la Chiesa Cattolica, esso rappresenta il principale e più stabile canale di finanziamento a livello nazionale.

L’affermazione che l’8xMille è un pilastro è ampiamente confermata dai numeri:

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Assegnazione annuale massiccia: i dati relativi al riparto 2023 (sulle dichiarazioni dei redditi 2020) confermavano l’assegnazione di oltre 1 miliardo di euro alla Chiesa Cattolica. Anche se i dati successivi (riparto 2024, basato sulle dichiarazioni 2021) mostrano una lieve flessione dovuta a una riduzione del gettito IRPEF post-pandemia, gli importi si mantengono tra i 910 milioni e 1 miliardo di euro, consolidando la sua posizione dominante.

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Quota di scelta: la Chiesa Cattolica raccoglie circa il 70% delle scelte espresse dai contribuenti, dimostrando una forte preferenza da parte di coloro che scelgono attivamente di destinare l’8xMille.

Il meccanismo dell’8xMille presenta due grandi aree di incertezza e quindi di sfida per la Chiesa:

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Il fenomeno degli immobili inutilizzati o sottoutilizzati

Il vero punto di debolezza del sistema risiede nella vasta porzione di contribuenti che non esprime alcuna scelta sulla destinazione dell’8xMille.

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Il Bacino inattivo: sebbene la quota dei contribuenti che non firma sia in lento calo, rimane ancora enorme (tradizionalmente oltre il 60%). L’importo non assegnato viene ripartito proporzionalmente tra le confessioni che hanno ricevuto le scelte espresse.

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L’opportunità del fundraising: questo rappresenta la più grande opportunità per gli enti religiosi, in particolare la Chiesa Cattolica. Ogni campagna di sensibilizzazione che spinga i fedeli (e i contribuenti in generale) a firmare sulla propria dichiarazione si traduce in un potenziale aumento diretto dei fondi, senza dover competere con le altre confessioni per cambiare la scelta già espressa. La sensibilizzazione a firmare può fare la differenza tra il ricevere fondi solo in proporzione alle firme espresse e ricevere fondi anche sulla quota non espressa.

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La lenta erosione delle preferenze

Nonostante la maggioranza, la quota di preferenze per la Chiesa Cattolica mostra una lenta, ma costante, tendenza al ribasso, mentre crescono le scelte per altre confessioni o per lo Stato:

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Crescita dello stato: La quota assegnata allo Stato (che nel 2023 era di circa 330-376 milioni di euro) è in crescita, in parte perché lo Stato sta destinando i suoi fondi a cause di forte risonanza pubblica come l’edilizia scolastica e la gestione delle calamità naturali.

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Crescita di confessioni minoritarie: Anche se su quote più piccole, confessioni come la Chiesa Valdese e l’Unione Buddhista Italiana stanno vedendo una crescita delle loro preferenze, indicando un cambiamento nel panorama religioso e sociale.

L‘8xMille è ancora oggi il sostegno vitale che permette alla Chiesa Cattolica di sostenere il clero, finanziare la manutenzione del suo vasto patrimonio immobiliare (Edilizia di Culto e Beni Culturali) e sostenere le opere di carità. Tuttavia, la sua sostenibilità futura dipende dalla capacità di trasformare la passività di molti contribuenti (“mancata scelta”) in azione concreta (la firma) e di difendere le proprie preferenze in un contesto di crescente concorrenza e veloce secolarizzazione.

Un patrimonio immobiliare da gestire

Sulla base di un’indagine condotta dall’istituto di ricerca Scenari Immobiliari per Il Sole 24 Ore, il patrimonio immobiliare gestito dagli enti ecclesiastici in Italia ammonta a circa 45.927 edifici, per un totale di 38,6 milioni di metri quadrati e un valore stimato di 42,5 miliardi di euro (esclusi i beni artistici).

La gestione dell’immenso patrimonio immobiliare religioso in Italia, specialmente quello degli enti ecclesiastici (diocesi, parrocchie, istituti religiosi), si trova ad affrontare sfide complesse e in rapida evoluzione. Queste sfide sono in gran parte determinate da cambiamenti sociali, economici e demografici.

Il grande patrimonio immobiliare può diventare un’opportunità. Gli edifici non più necessari al culto o alla vita comunitaria strettamente religiosa possono essere riconvertiti per servire il fedele moderno e la comunità.

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Spazi funzionali: un ex convento può diventare un centro di aggregazione sociale, una residenza per anziani, un ostello per il turismo etico o una foresteria, generando un reddito etico e mantenendo viva la funzione caritativa dell’immobile, anche se non più come sede di una comunità religiosa.

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Coniugare fede e fruizione: Offrire luoghi che i “credenti senza appartenenza” possano comunque frequentare, in modo coerente con i loro valori. Ad esempio, una casa per ferie gestita da un ente religioso attira persone che apprezzano i valori di accoglienza e semplicità, anche se non vanno in chiesa tutte le domeniche.

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Il fenomeno degli immobili inutilizzati o sottoutilizzati

La crisi delle vocazioni e l’invecchiamento dei membri delle congregazioni religiose hanno portato alla chiusura di centinaia di case religiose e conventi.

  • Costo dell’inutilizzo: si stima che tra il 30% e il 40% degli immobili sia vuoto o sottoutilizzato, con circa il 40% in cattivo stato di manutenzione. Un immobile vuoto genera costi di manutenzione, tasse e utenze che possono diventare insostenibili per l’ente proprietario, trasformando il bene in un onere.

  • Perdita di funzione: Molti di questi edifici erano centri di aggregazione sociale e caritativa (scuole, orfanotrofi). Il loro abbandono comporta la perdita di un valore sociale e culturale per le comunità.
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Manutenzione, vincoli e onerosità

Molti immobili religiosi hanno un notevole valore storico e artistico, ma questa caratteristica ne complica la gestione e la riqualificazione.

  • Costi elevati: L’età e la natura monumentale degli edifici rendono le spese di manutenzione ordinaria e straordinaria estremamente onerose, spesso non compatibili con le risorse finanziarie degli enti.

  • Vincoli architettonici e urbanistici: le mura portanti, i corridoi lunghi e i vincoli imposti dalla legislazione sui beni culturali rendono difficile e costoso un cambio di destinazione d’uso (ad esempio, trasformare un convento in un moderno spazio ricettivo o residenziale) se non assistito da altri enti o fondazioni con risorse ingenti da investire.
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Esigenze di efficienza e competenza amministrativa

Il quadro economico e normativo richiede un approccio gestionale moderno e professionale, che spesso è carente negli enti religiosi, che necessitano di professionalizzazione. Tradizionalmente infatti, la gestione del patrimonio è stata orientata alla conservazione (in ottica canonica) e non all’efficienza economica. Oggi è richiesta la capacità di valutare il valore commerciale degli immobili (e non solo il costo storico) e di prendere decisioni strategiche.

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Il dilemma etico: mantenere vs. alienare

La decisione più difficile per gli enti religiosi è se vendere (alienare) o riutilizzare gli immobili in esubero.

  • Vincolo istituzionale (carisma) e vincolo da lascito: i beni immobiliari sono concepiti per servire le finalità istituzionali e il carisma dell’ente. L’inutilizzo prolungato è contrario al principio di non sotterrare i talenti. E in altri casi ci potrebbero essere anche vincoli dovuti all’origine dell’immobile, magari perchè posseduto per via di un lascito che ha determinati vincoli.

     

  • Prospettive di riuso: la sfida è trovare nuovi contenuti che rispettino la vocazione sociale e caritativa originaria. Le soluzioni possibili includono l’affitto per servizi sociali, l’ospitalità per fasce deboli (migranti, senza fissa dimora, madri in difficoltà) o la riconversione in strutture ricettive per generare reddito da reinvestire in altre opere. L’alienazione è vista come un’ultima risorsa, ma può anche essere una strategia responsabile se il ricavato è utilizzato per sostenere altre missioni dell’ente e se tale strategia viene comunicata all’esterno, a quelli che potranno divenire potenziali donatori o beneficiari delle opere dell’ente religioso.

In sintesi, la gestione si muove tra la necessità di mantenere fede al vincolo morale e sociale dei beni e l’urgenza di adottare criteri di economicità ed efficienza per evitare che il patrimonio si disperda o diventi un peso finanziario insostenibile.

Le donazioni oggi

Il non profit in Italia ha raggiunto un valore complessivo di quasi 93 miliardi di euro nel 2021, con una crescita del 32 % rispetto al censimento precedente, e il 73 % delle sue entrate proviene da soggetti privati. Vita.it Di queste risorse, donazioni e lasciti rappresentano circa 4,1 miliardi di euro. 

Allo stesso tempo, però, risulta che solo il 17 % delle istituzioni non profit ha dichiarato di aver fatto attività di fundraising. Questo dato evidenzia una grande distanza tra il potenziale di donazione e la capacità effettiva delle organizzazioni di attivarla.

Nell’ambito religioso, la situazione non è diversa. Spesso soggette a percezioni di abbondanza (vedasi il paragrafo precedente sugli immobili) o tradizionalmente assunte come garanti, le comunità di fede rischiano di essere penalizzate se non comunicano con chiarezza. Il tema non è solo “quanto raccogli”, ma “come lo utilizzi” – e qui la trasparenza diventa fattore decisivo per vincere la diffidenza e alimentare la fiducia.

Il nodo del digitale

Se è vero che solo circa un terzo dei donatori italiani utilizza il canale online, questo è in parte un problema di offerta e non solo di domanda. Molte istituzioni non riescono a convertire il donatore al digitale per i seguenti motivi:

La barriera digitale: frizioni e mancanza di semplicità

Se è vero che solo circa un terzo dei donatori italiani utilizza il canale online, questo è in parte un problema di offerta e non solo di domanda. Molte istituzioni non riescono a convertire il donatore al digitale per i seguenti motivi:

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sistemi digitali complessi o obsoleti: molte organizzazioni religiose, in particolare a livello parrocchiale o diocesano, non hanno ancora adottato sistemi di pagamento digitale moderni.

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l’abitudine al contante: per il fedele anziano e per le donazioni una tantum durante le funzioni, la busta o l’obolo resta il metodo più immediato e radicato. La conversione al digitale richiede uno sforzo culturale e di comunicazione che molti enti non hanno ancora intrapreso.

La lezione francese: i benefici del digitale

L’esempio di altri Paesi, come la Francia, dove ordini religiosi e associazioni cattoliche hanno investito nell’innovazione, dimostra che la digitalizzazione non è solo un’opzione, ma un moltiplicatore di valore:

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piattaforme user-friendly: la creazione di piattaforme moderne, intuitive e mobile-friendly ha eliminato le “frizioni” nel processo di donazione. I fedeli possono donare in pochi secondi da smartphone, in qualsiasi momento e luogo.

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donazione ricorrente: il digitale facilita l’impostazione di donazioni ricorrenti automatiche (recurring giving). Questo assicura un flusso di entrate stabile per l’ente, superando la dipendenza dalla presenza fisica in chiesa e offrendo maggiore prevedibilità finanziaria.

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riduzione dei costi amministrativi e trasparenza: la gestione delle donazioni digitali è notevolmente più efficiente rispetto alla gestione del contante (conteggio, versamenti, registrazioni manuali). L’automazione della contabilità e l’emissione delle ricevute per la detrazione fiscale (un forte incentivo alla donazione) riducono i costi operativi e liberano risorse umane per le attività di missione.

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raggiungere i “non praticanti”: Il digitale è l’unico modo per intercettare efficacemente la categoria crescente dei “credenti senza appartenenza”, che non frequentano regolarmente la chiesa ma sono disposti a sostenere i valori e le opere della comunità tramite un gesto online.

Per superare la dipendenza dal contante e dalla frequenza fisica, è indispensabile che la Chiesa italiana consideri la digitalizzazione del dono come l’investimento più strategico per garantire la sostenibilità economica delle sue missioni in un mondo sempre meno legato alla pratica religiosa tradizionale.

I fattori che rendono efficace il fundraising religioso

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Valori spirituali come motore
La fede resta un potente driver di generosità. Le campagne che intrecciano richiesta di fondi e linguaggio spirituale – parabole, testimonianze, segni concreti di cambiamento – parlano al cuore e muovono alla donazione. Coinvolgere guide spirituali autentiche rafforza l’efficacia del messaggio.

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Trasparenza e fiducia
La fiducia è la moneta del fundraising. Anche piccoli progetti, se rendicontati in modo chiaro e condiviso, creano legami e incoraggiano donazioni ripetute. Rendere visibili risultati e bilanci, anche con strumenti digitali, è cruciale soprattutto per conquistare i giovani.

numero 3

Diversificare le fonti
Affidarsi solo all’8×1000 è rischioso. Offerte libere, donazioni ricorrenti, crowdfunding, corporate fundraising e lasciti testamentari vanno messi in rete. In Lombardia, ad esempio, molte opere salesiane hanno costruito alleanze con enti locali e fondazioni, ampliando il sostegno oltre l’ambito strettamente religioso.

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Nuove generazioni protagoniste
Crowdfunding, peer-to-peer, eventi culturali e volontariato attivo sono strumenti che rendono i giovani non solo destinatari ma ambasciatori delle campagne. Parlare alle nuove generazioni significa adottare linguaggi visivi, social media e sistemi di pagamento mobile.

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Innovazione e coprogettazione
Le comunità religiose funzionano meglio quando superano il modello assistenzialistico e costruiscono progetti insieme ai destinatari. Lavorare in partnership con famiglie, associazioni laiche, enti pubblici o imprese non solo amplia le risorse, ma restituisce senso e coinvolgimento.

Storie e ispirazioni

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Gli oratori come superluoghi
Gli oratori restano una delle realtà più vitali del welfare di prossimità: educazione, sport, orientamento. Il loro successo sta nel coinvolgere famiglie, istituzioni e volontari attorno a figure carismatiche come sacerdoti ed educatori. Il fundraising funziona perché racconta storie concrete di giovani e comunità trasformate.

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Educare alla cultura del dono
Lo storytelling è decisivo. Raccontare la storia di un convento che reinserisce giovani attraverso laboratori artigianali, o di una famiglia accolta durante un momento di difficoltà, crea un ponte emotivo con il donatore. I dati servono, ma sono le storie che convincono.

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Il tesoro dei lasciti
I lasciti testamentari sono un’opportunità ancora poco esplorata in Italia. In contesti anglosassoni rappresentano una fonte stabile e significativa. Per promuoverli serve competenza e delicatezza: dialogo con notai, brochure dedicate, eventi informativi. Chi ha avviato programmi in questo senso ha scoperto che molte persone desiderano lasciare un segno duraturo di bene.

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Partnership con profit e pubblico
Sempre più imprese e fondazioni cercano progetti ad alto impatto. Le comunità religiose offrono radicamento, credibilità e volontari. Le coprogettazioni con enti locali permettono di moltiplicare le risorse e di dare alle iniziative una stabilità maggiore.

Conclusioni

Essere parte di un ente religioso comporta la necessaria crescita nella raccolta fondi e i passi fondamentali sono chiari:

  • analizzare il potenziale di donazione della tua comunità;
  • costruire un piano pluriennale che integri offerte, 8×1000, digitale, lasciti e partnership;
  • comunicare con trasparenza e con storie che emozionano;
  • formare personale e volontari perché diventino ambasciatori del dono;
  • cogliere le opportunità del digitale e dei lasciti con sensibilità e competenza.

Il fundraising religioso non è un’attività accessoria. È uno strumento per rendere sostenibile la missione spirituale e per rispondere, in modo moderno, alla sete di senso e al desiderio di bene che abitano le persone.

Le organizzazioni religiose che sapranno unire tradizione e innovazione, spiritualità e professionalità, troveranno nella raccolta fondi non solo una risorsa economica, ma un modo per moltiplicare relazioni, generosità e speranza.

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