Se c’è una sfida che oggi appassiona (e preoccupa) fundraiser e non profit, è come parlare alla Generazione Z. Nati tra il 1997 e il 2012, i “Gen Z” sono i primi veri nativi digitali: iperconnessi, esigenti, attenti ai valori etici e alla sostenibilità, ma anche distratti da un flusso continuo di stimoli. Per catturare la loro attenzione, servono linguaggi nuovi, formati coinvolgenti e un’autenticità che non tutte le organizzazioni nonprofit sono pronte ad esprimere. E se la risposta fosse proprio nell’usare bene l’IA per parlare ai giovani donatori?
Chi fa fundraising da qualche anno se n’è già accorto: i giovani non leggono le lettere, non rispondono al telefono, ignorano le email, ma poi… donano 5 euro su Instagram a uno che neanche conoscono.
È frustrante? Sì. Ma è anche una gigantesca opportunità.
Perché la Gen Z e i Millennial non sono “meno generosi”. Sono più selettivi, più sensibili, più esperti di comunicazione. E soprattutto: sono cresciuti in un mondo dove tutto è personalizzato, dove ogni contenuto è per me, adesso, nel mio tono, nel mio tempo.
E allora: se noi continuiamo a comunicare con loro come se avessero 60 anni, li perdiamo. Ma se impariamo a usare l’IA per parlare la loro lingua, possiamo conquistarli.
Non stiamo parlando di un futuro lontano, ma di strumenti già oggi a disposizione per costruire relazioni significative, scalare la comunicazione e raccontare storie in modi inediti. Ecco come l’IA può aiutare a parlare alla Generazione Z nel fundraising.
Tabella dei Contenuti
Chi è la generazione Z
Prima di addentrarci negli strumenti, è fondamentale capire il target.
Dalla ricerca “Giovani e social network” condotta da Skuola.net, basata su un campione di oltre 5.000 giovani tra i 9 e i 24 anni, esce un quadro di una generazione Z in evoluzione nel rapporto tra le giovani generazioni e i social network. Se da un lato la stragrande maggioranza degli intervistati (l’80%) è iscritta ad almeno una piattaforma, emergono segnali di una fruizione sempre più passiva e, in alcuni casi, di un distacco.
Un dato significativo riguarda la fascia d’età più giovane (9-14 anni), dove il 15% si dichiara “non interessato” a iscriversi, lasciando intravedere un potenziale cambio di tendenza futuro. Anche tra gli iscritti, il comportamento dominante non è la condivisione, ma l’osservazione: il 72% utilizza i social principalmente per guardare i contenuti altrui. Solo una piccolissima minoranza (il 3%) cerca attivamente visibilità, mentre ben il 22% non pubblica mai nulla.
La ricerca rivela anche una massiccia adozione di profili fake, con 1 giovane su 3 che ammette di averne uno. Le motivazioni spaziano dal voler conoscere nuove persone senza esporsi (30%) al controllare altri utenti in incognito (22%).
Per quanto riguarda le piattaforme, Instagram si conferma la più utilizzata (quasi il 90%), seguita da molto vicino da TikTok (oltre l’80%) e, in terza posizione, da YouTube.
In sintesi, lo studio conclude che per le nuove generazioni i social network stanno assumendo sempre più le caratteristiche di media per l’intrattenimento e l’informazione (il 70% li usa per divertirsi e il 61% per cercare notizie), piuttosto che di luoghi di condivisione sociale e autorappresentazione, segnando un potenziale cambiamento epocale nel loro utilizzo.
Siamo dunque davanti ad una generazione con le seguenti caratteristiche:

Valori forti:
Ambiente, inclusione, diritti civili e trasparenza sono nel loro DNA.

Comunicazione visiva e breve:
Video under 60 secondi, storie social, linguaggio diretto.

Personalizzazione di massa:
Si aspettano che tu li conosca, ma senza invadere la loro privacy.

Autenticità sopra ogni cosa:
Odiano il "fundraising da brochure". Vogliono storie vere, voci sincere.
Considerare il tempo dei donatori
Immagina di avere 24 anni, una laurea precaria, un lavoro flessibile, 9 notifiche ogni 5 minuti. In questo scenario, arriva una mail da una nonprofit:
“Gentile amico, le ricordiamo l’importanza del suo supporto per la nostra missione. Ogni piccolo gesto conta.”
Ecco, il 24enne scrolla e passa oltre. Perché?
Non è personale
Non è interessante
Non è scritto nel suo linguaggio
Non risponde a una sua emozione
La verità è che la forma di comunicazione tradizionale non funziona più con i nuovi donatori. Ma non è colpa loro. È colpa nostra che non ci siamo aggiornati.
L’IA come traduttore culturale
Qui entra in gioco l’intelligenza artificiale. No, non serve per scrivere tutte le comunicazioni in modo automatico e impersonale – quello sarebbe l’esatto opposto di una comunicazione efficace. Ma è uno strumento potentissimo per capire, generare, testare e variare i contenuti con una velocità, una precisione e una scala impossibili da replicare manualmente. L’IA agisce come un assistente strategico e un laboratorio creativo iper-veloce, permettendoti di passare dall’intuizione alla validazione in pochi minuti.
L’IA ti aiuta a:
Segmentare i pubblici in modo dinamico:
analizzando dati e comportamenti, l’IA può identificare micro-target all’interno del tuo pubblico principale e suggerire messaggi su misura per ognuno, andando oltre le semplici categorie demografiche.
Testare toni di voce diversi su uno stesso messaggio:
puoi trasformare un annuncio formale in una chiacchierata amichevole, o un post informativo in uno provocatorio, per vedere subito quale risuona di più con la tua audience prima di pubblicarlo.
Generare 10 varianti di un contenuto in 30 secondi:
basta un brief chiaro per ottenere una serie di alternative A/B per un titolo, un post social o una call to action, azzerando il blocco dello scrittore e moltiplicando le possibilità di successo.
Imitare linguaggi e registri specifici:
l’IA è un maestro dei codici linguistici. Puoi chiederle di riscrivere un testo perché dovrai parlarne in un podcast (e adattarla a quel formato), oppure il ritmo virale di TikTok, la professionalità di un profilo LinkedIn o l’ironia di un community manager esperto.
Ma non finisce qui. Il suo vero potere si esprime anche nel:
Prevedere le performance dei contenuti:
in base all’analisi di contenuti di successo nel tuo settore, l’IA può assegnare un “punteggio di potenziale virale” alle tue bozze, aiutandoti a scegliere le opzioni più promettenti.
Adattare un concept a formati diversi:
un post di blog lungo può essere automaticamente sintetizzato in una serie di tweet, trasformato in una sceneggiatura per un reel, o strutturato in una presentazione slide, massimizzando l’investimento su un’unica idea forte.
Analizzare il sentiment e il feedback implicito:
puoi usare l’IA per “ascoltare” i commenti e le reazioni del pubblico, individuando non solo cosa viene detto, ma anche *come* viene detto, per affinare in tempo reale la tua strategia di comunicazione.
Personalizzare massivamente le interazioni:
immagina di poter personalizzare un’email o un messaggio per centinaia di clienti, mantenendo un tono autentico e colloquiale come se fosse scritto uno a uno da un essere umano. L’IA rende questo scalabile.
In pratica, l’intelligenza artificiale non sostituisce la creatività umana, ma la potenzia. Libera tempo e risorse mentali, permettendoti di concentrarti sulla strategia di alto livello, sulla visione d’insieme e su quel tocco umano e quell’intuizione che – almeno per ora – sono ancora un’esclusiva nostra.
L’IA per rendere più vero il reale
L’intelligenza artificiale va utilizzata per rendere più vero quanto già esiste, non per creare video o immagini che sono totalmente privi di realtà.
Un recento articolo del Guardian descrive uno scenario evolutivo del cosiddetto poverty porn (già trattato qui su Fundraising.it): esistono infatti organizzazioni nonprofit che sfruttano l’intelligenza artificiale per creare immagini per le loro campagne di comunicazione.
Secondo la ricerca, citata dal Guardian, condotta da Arsenii Alenichev dell’Istituto di Medicina Tropicale di Anversa, si sta affermando un allarmante fenomeno nel settore della comunicazione umanitaria: l’uso sempre più diffuso di immagini di povertà generate dall’intelligenza artificiale. Alenichev ha documentato oltre 100 di queste immagini, impiegate da individui e ONG in campagne social, che egli stesso definisce come una nuova era del “poverty porn 2.0”. Queste illustrazioni non si limitano a replicare, ma esasperano un linguaggio visivo stereotipato della povertà, ritraendo bambini con piatti vuoti, terre aride o, in un caso emblematico, una ragazza africana in abito da sposa con una lacrima sulla guancia.
La praticità e il basso costo sono tra i principali motori di questa tendenza. Come sottolineato anche da altri esperti, ottenere un’immagine di IA è economico e elimina del tutto la complessa questione del consenso informato delle persone ritratte. Questo ha portato alla proliferazione di tali contenuti su grandi piattaforme come Adobe Stock e Freepik, dove è possibile acquistare per poche decine di euro scene fortemente racializzate che riproducono i peggiori cliché su Africa e Asia.
La gravità della situazione è testimoniata da casi concreti: sia la sezione olandese di Plan International che le Nazioni Unite hanno utilizzato immagini sintetiche in campagne sensibili, come quelle contro i matrimoni infantili o le violenze sessuali nei conflitti, salvo poi rimuoverle dopo le polemiche. Questo approccio rischia di vanificare anni di dibattito sull’etica della rappresentazione e, preoccupazione ancora maggiore, di inquinare il futuro ecosistema digitale: queste immagini stereotipate, diffondendosi in rete, potrebbero infatti essere utilizzate per addestrare le successive generazioni di intelligenze artificiali, innescando un pericoloso circolo vizioso che cristallizza e amplifica pregiudizi dannosi.
In tutto questo come crediamo che risponderà la Generazione Z? Semplicemente scrollerà l’immagine e passerà ad altro ignorando il messaggio che l’organizzazione voleva trasmettere.
Un esempio reale: la campagna SMS all’università
Josh Hirsch, consulente statunitense sul fundraising tramite IA, racconta il caso di una campagna fatta per un’università americana: dovevano contattare gli ex-studenti più giovani per il Giving Tuesday.
Il team ha usato ChatGPT con questo prompt:
“Scrivi 10 messaggi SMS per un ex studente universitario di 26 anni. Tono simpatico, diretto, breve. Invita a fare una piccola donazione per il Giving Tuesday. Nessun linguaggio formale. Usa emoji.”
Risultato? Un elenco di messaggi come:
- “ Hey! È il Giving Tuesday. 5€ per i prossimi studenti? Click qui ”
- “Ti ricordi quando avevi bisogno di una mano? Ora puoi essere tu quella mano ”
- “1 caffè oggi = 1 borsa di studio domani Doni?”
Il team li ha testati. Alcuni non funzionavano. Ma due messaggi hanno avuto il doppio dei click rispetto alla campagna dell’anno prima.
Questo è prompt engineering al servizio del fundraising.
Grazie all’IA, se voglio, posso creare anche un piano di comunicazione completo di 12 mesi su misura per un mio donatore mensile che è molto interessato al nostro programma di attività artistiche extrascolastiche.
Ma posso poi rivolgermi ad un altro donatore, anch’esso donatore mensile, che è più interessato al nostro programma STEM pomeridiano, e creare un piano focalizzato specificamente su quello. Quindi, isolando i miei donatori mensili, o i miei maggiori donatori, e concentrandomi, ad esempio, sul mio dieci percento più importante posso creare messaggi veramente personalizzati.
Si tratta quindi di andare ben oltre il semplice “scrivimi un post per i social”, “bozza un’email”, ma di pensare al donatore, a come possiamo coinvolgerlo meglio, e di considerare la cosa da una prospettiva di strategia di campagna.
I principi per usare l’IA con la gen Z
Aggira gli ostacoli dovuti alle incomprensioni
Il tuo vero valore non è produrre testo, ma definire la direzione strategica, il pensiero. Vedi l’IA come il tuo laboratorio creativo personale: il suo compito è generare le “brutte copie”, testare strade alternative e mostrarti opzioni che non avresti considerato, liberandoti dalla fatica dell’esecuzione.
Come fare:
- Prompt con più versioni: non fermarti a una sola versione. Chiedi esplicitamente un ventaglio di opzioni.
Esempio di Prompt: Prendi questo comunicato sull’apertura di un nuovo centro giovani. Generane 5 versioni per Instagram: una che sfrutti una metafora calcistica, una in stile ‘domanda provocatoria’, un’altra con tono da ‘voce fuori campo’ cinematografica, una che usi solo emoji e slang, e un’ultima che sia una mini-storia di un ragazzo che lo frequenta. - Prompt per il pubblico: definisci sempre il target con precisione. “Giovani” è troppo vago.
Esempio di Prompt: riscrivi questo annuncio per il servizio civile, rendendolo attraente per due target distinti: 1) studenti universitari fuorisede (puntando su esperienza CV e rete sociale), 2) neodiplomati indecisi (puntando su scoperta di sé e anno sabbatico di valore).”
Tono, tono, tono: la chiave per aprire qualsiasi porta
Il tono di voce non è un optional, è la tua cifra d’accesso. Un linguaggio istituzionale e impersonale (lo “stile bando europeo”) crea un muro di distanza. Un tono da “amico sveglio” che parla su WhatsApp, invece, costruisce immediatamente prossimità e fiducia. L’IA è il tuo traduttore istantaneo dal “burocratese” all’umano.
Come fare:
- Prompt per la trasformazione: chiedi all’IA non solo di riscrivere, ma di cambiare completamente registro.
Esempio di Prompt: Questa è la nostra mission associativa. Trasformala in un messaggio vocale di 30 secondi che il nostro presidente potrebbe inviare su WhatsApp ai nuovi volontari. Deve suonare caloroso, diretto e personale, come se stesse parlando a un amico. - Prompt per l’imitazione stilistica: fornisci all’IA un modello chiaro da emulare.
Esempio di Prompt: ispirandoti allo stile comunicativo di creator come [nome di un creator e pertinente] o programmi come [nome di un programma TV popolare tra i giovani], riscrivi la descrizione del nostro progetto per le bio di Instagram e TikTok.
Progetta per lo schermo: formati brevi, mobili e nativi
L’attenzione oggi si conquista sul dispositivo mobile, tra scroll, storie e notifiche. L’IA è la tua fabbrica iper-efficiente per adattare un unico core message a decine di formati diversi in pochi secondi, rispettando le regole non scritte di ciascuna piattaforma.
Come fare:
- Prompt per i micro-formati: specifica il formato e la sua durata.
Esempio di Prompt: Trasforma i punti chiave di questo rapporto sulla povertà educativa in: a) 3 idee per reel TikTok (max 45 secondi), b) il testo per una serie di 5 slide su Instagram Stories, c) un tweet di 240 caratteri con un hashtag. - Prompt per il visuale: aiuta l’IA a pensare anche alle immagini.
Esempio di Prompt: per una campagna di raccolta fondi su un rifugio per animali, genera: 5 idee visive per dei reel (es. “un giorno al rifugio”, “prima e dopo l’adozione”), e per ognuna scrivi una caption emozionante ma rispettosa, che si chiuda con una call to action chiara per donare.
Segmenta le emozioni, non solo i dati anagrafici
Un 25enne non è un target, è una persona con motivazioni, valori e trigger emotivi unici. La comunicazione di massa è morta. La vera segmentazione è emotiva: c’è chi si muove per un senso di giustizia, chi per un’ironia condivisa, chi per una nostalgia ben calibrata. L’IA ti permette di mappare e colpire questi diversi “pulsanti emotivi”.
Come fare:
- Prompt per il profilo psicografico: vai oltre l’età e il genere.
Esempio di prompt: Creiamo 3 versioni dello stesso annuncio per un festival culturale. 1) Per il “ribelle con una causa”: tono di denuncia, linguaggio forte, focus sul cambiamento. 2) Per il “curioso creativo”: tono wonder & discovery, focus sulla bellezza e sull’ispirazione. 3) Per il “connettore sociale”: tono comunitario, focus sull’esperienza condivisa e sul divertimento.” - Prompt per il Test Emotivo: usa l’IA per pre-testare l’impatto.
Esempio di prompt: “Analizza queste 3 call to action per una campagna ambientale e dimmi quale, a tuo parere, suscita più senso di urgenza (non speranza) in un pubblico di attivisti under 30: ‘Salviamo il pianeta’, ‘Il tuo futuro è in gioco’, ‘Agisci ora, non ci sono piani B’.”
Non è solo “generare testi”. È fare cultura.
Attenzione: non si tratta solo di fare il copy giusto. Questo approccio cambia la cultura della raccolta fondi. Perché dice:
Non parliamo “a tutti”,
ma a ciascuno.
Non imponiamo,
ma connettiamo.
Non vendiamo donazioni,
ma proponiamo alleanze.
Conclusione
L’intelligenza artificiale non è qui per sostituire i fundraiser. È qui per aiutare i fundraiser a capire meglio i donatori, soprattutto quelli più giovani.
E con loro, la regola è una sola: se non sembri autentico, sei invisibile.
L’IA non crea autenticità, tu sei l’autenticità. L’IA ti aiuta a trovare le parole giuste per raccontarla.
E se le parole giuste fanno scattare anche solo 5 euro da uno che non ti conosceva, allora è già una piccola rivoluzione.




