Storytelling
Tecniche di Fundraising

Storytelling: cosa non scrivere quando vuoi dirlo con una storia

Lo storytelling può essere una buona scelta per assolvere un compito di comunicazione. Una storia crea infatti empatia, rende memorabili, trasmette autenticità, racconta la mission meglio di tanti numeri. Le storie portano ad agire, anche a donare. Ma perché questo avvenga bisogna aver fiducia nel loro potere, nelle loro regole e rinunciare a metterci dentro tutto.

“Ma anche meno” – i due errori più comuni quando raccontiamo una storia

C’è un’espressione usata per ridimensionare qualcosa o qualcuno che possiamo considerare anche un buon adagio per chi si appresta a fare storytelling. Questa espressione è: “ma anche meno”.

Se tieni a mente questa frase quando scrivi hai buone possibilità di evitare i due errori più comuni nella stesura di una storia: dire troppo e raccontare tutto.

1- Dire troppo

Il primo errore ha a che fare con un certo imprinting scolastico. Sei in classe. Il foglio protocollo con la traccia del tema davanti e tu che piano piano inizi a scrivere più GRANDE, più L A R G O, perché credi che ci sia un nesso tra un buon voto e il volume della produzione scritta.

Quando scrivi una storia dovresti preoccuparti piuttosto del contrario. Dopo una prima stesura è bene lavorare per sottrazione.
Togliere tutto quello che non è funzionale alla narrazione, fare strage di aggettivi e avverbi, lasciare solo quei dettagli che rendono il tuo narrato più autentico e la tua voce autorevole.

2- Raccontare tutto

Il secondo errore ha a che fare con la regola delle 5 W, ottima risorsa per il giornalismo e per la stesura di comunicati, ma nemica dello storytelling. Di quelle W salveremo quella di “WHY”, che è il faro delle nostre organizzazioni, ma soprattutto dovremo concentrarci sulla fatidica sesta domanda, ovvero “HOW”, il come.

Un buon racconto sviluppa il come, ma così bene che facendolo risponde anche a tutte le altre domande, nascondendo nelle pieghe della storia tutte le informazioni, senza metterle sotto i riflettori. Una storia ben scritta non ci dice cosa pensare o quali emozioni provare, ma ci conduce a farlo attraverso delle immagini.

Storytelling, ovvero dire una cosa senza dirla

Come possiamo dire una cosa, senza dire quella cosa? Questa è la domanda chiave per un buon storytelling. Facciamo degli esempi. Trasformiamo in storytellingese delle mission.

Esempio 1

MISSION: Supportiamo i pazienti dell’hospice pediatrico X.

STORYTELLING: Portammo i regali in reparto ma i bambini già dormivano. Si sentivano solo i BIP dei macchinari. Li lasciammo sui lettini, senza fare rumore, per paura di svegliarli.

Esempio 2

MISSION: Tuteliamo i diritti dei detenuti politici.

STORYTELLING: Dopo la sentenza ci trovammo fuori dall’aula. Nessuno osava parlare. Quando vedemmo la mamma di Jorge però qualcosa scattò in noi. No, non era finita. Decidemmo di incatenarci al cancello del tribunale. Restammo lì 27 giorni. Restammo lì fino a che Jorge non fu libero.

Esempio 3

MISSION: Lottiamo per l’inclusione dei bambini con disabilità

STORYTELLING: Mi rifiutai di nuovo di giocare con mio fratello ma quella volta mio padre non disse nulla. Solo il giorno dopo al parco si comportò in maniera strana. Correva più veloce, tirava forte, non facevo in tempo a prendere la palla che me la toglieva subito. Tornando a casa mi veniva da piangere, poi capii quello che voleva dirmi. Anche lui di solito per giocare con me doveva adattarsi e lo faceva perché mi voleva bene.

Esempio 4

MISSION: Curiamo un orto urbano nel quartiere degradatissimo

STORYTELLING: Pomodori, zucchine, peperoni. Tutto distrutto. Era il decimo atto vandalico che l’orto subiva e decidemmo di festeggiarlo. Dopotutto non eravamo mai andati così vicini a farci una bruschetta.

Mostrare ma non dire è – e sempre sarà – il segreto dello storytelling.

Serve discrezione in un hospice pediatrico, tenacia per fronteggiare le ingiustizie, educazione per approcciarsi alla disabilità, resilienza per muoversi in un contesto difficile. Queste cose però non dovete dirle, ma fare in modo che chi legge le desuma o meglio le senta.
Nel dettaglio di quel BIP, nella forza retorica di quel doppio “restammo”, nella morale che ci trasmette un aneddoto o anche nell’ironia con la quale si reagisce ad un’aggressione. Show, don’t tell. Mostrare, ma non dire. Ci sarà un motivo se questa regola si trova in tutti i manuali di scrittura creativa, no?

La tua ONP è già una storia, non imprigionarla in freddi e statici comunicati autoreferenziali.
Le non profit nascono per realizzare una trasformazione.
Tutte le storie raccontano una trasformazione.
C’è un prima, c’è un dopo. Va da sé che le non profit siano naturaliter delle storie.

Il fundraiser è colui che arruola altre persone da far partecipare a queste storie. Il fundraiser è quindi per forza anche uno storyteller. Ma a differenza di un romanziere ha un pubblico speciale, che smette di essere pubblico e inizia a essere esso stesso parte attiva di quella storia. E, nella migliore delle ipotesi, storyteller a sua volta.

Il fundraiser è tutto questo. Ma anche meno. Ma anche qualcosa di più.