Rischi Ia Nel Fundraising

5 rischi dell’IA nel fundraising

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L’intelligenza artificiale è seduttiva e predittiva. Conosce tutto di te, anche se non te lo dice. All’IA nel fundraising potresti chiedere di creare pensiero e linguaggio: il risparmio di tempo e specialmente di sforzo mentale è enorme e terribilmente contagioso.

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L’intelligenza artificiale è manipolabile, chi la controlla può controllare l’informazione, rendere di valore anche il deep fake meno credibile.

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L’intelligenza artificiale programma al tuo posto, verifica il codice al tuo posto: tu non saprai più farlo, sarà lei a dirti cosa è giusto o sbagliato.

Nel romanzo distopico “1984” di George Orwell il potere di manipolare l’informazione è uno strumento di controllo in mano al governo, nell’IA tale potere non è in mano ai governi ma a aziende.

Non usiamo semplicemente ChatGPT o Claude; conversiamo con loro. Condividiamo i nostri problemi, chiediamo consigli e ci affidiamo sempre più a loro come partner di pensiero personale o lavorativo.

Il prodotto di IA che vince

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non è quello con
le risposte migliori;

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è quello che
“ti comprende a fondo”.

Tra gli sviluppatori di IA, ciò crea quella che chiamo la corsa al contesto. Per essere davvero utile, l’IA deve comprendere i tuoi obiettivi, la tua personalità e le tue tendenze psicologiche. Ma la stessa conoscenza intima che rende l’IA un assistente perfetto, la trasforma anche in un manipolatore perfetto. Il terapeuta empatico e l’abile truffatore attingono dallo stesso kit di strumenti della comprensione umana.

Lo stesso contesto che aiuta l’IA a capire come assisterti, rivela anche esattamente come influenzarti — attingendo dalle insicurezze, dagli schemi decisionali e dai trigger emotivi che hai rivelato durante innumerevoli conversazioni passate. Questo non è micro-targeting demografico; è manipolazione psicologica su una scala e un livello di intimità senza precedenti. ( fonte )

Questo pericolo è ancor più enorme se pensiamo alla perdita di autonomia di pensiero e capacità di ragionamento proprie di chi fa un lavoro come quello del fundraiser. Vediamo perché.

Cosa troverai un questo articolo

Cosa succede se affidi il tuo fundraising all’Intelligenza Artificiale

Se affidi il tuo fundraising alle mode digitali, come l’intelligenza artificiale, tra pochi anni ti ritrovi in una città fantasma (con dati, competenze e donatori persi per strada).

Un tempo le città morivano lentamente.
Ci volevano generazioni.

Oggi no. Un distretto industriale muore in dieci anni. Una valle del manifatturiero crolla in cinque. Una via piena di negozi nel giro di pochi anni è solo serrande abbassate.

Nel digitale succede uguale, solo molto più veloce. Piattaforme, software, social, strumenti che usiamo ogni giorno per lavorare… diventano “città fantasma” in pochissimo tempo. E il fundraising per il nonprofit ci sta dentro in pieno.

Pensa alla tua vita digitale di fundraiser:

  • Dove sono finite le liste di contatti del vecchio gestionale che usavi dieci anni fa?
  • E le campagne di email su quella piattaforma che “era la migliore di tutte” nel 2016?
  • E i gruppi Facebook che “spaccavano” nel 2013?
  • E le community sui forum, le newsletter ospitate su qualche servizio ormai morto?
  • E la capacità di analizzare i report del tuo CRM? Lo sai ancora fare o ti sei affidato interamente all’Intelligenza Artificiale?

Nella pratica l’IA renderà arido il tuo lavoro, perchè non lo userai per potenziarlo, come molti guru ti dicono oggi per addolcirti pillola avvelenata, ma lo userai contro te stesso per rendere raggiungibili, scomode, difficili da recuperare tutte quelle conoscenze logico, matematiche e di astrazione proprie della mente umane. La tua mente diverrà un deserto.

Tu che leggi in questo momento riterrai esagerate queste premonizioni: noi crediamo di no, forse sei nel mondo del fundraising da anni, da decenni e usi solo ora l’IA, pensa a chi inizierà dopo di te e si baserà solamente sull’IA senza avere le conoscenze che il pensiero che tu ti sei creato tramite lo studio, la formazione, il confronto coi colleghi.

5 problemi seri tra IA e Fundraising

Ora stiamo rifacendo lo stesso errore con gli strumenti nuovi, compresa l’IA. Corriamo dietro all’ultimo tool, alla piattaforma scintillante, al software “che fa tutto lui” per il fundraising. Oppure aderiamo alle seducenti offerte di IA che le grandi realtà (OpenAi, Claude, etc) stanno proponendo al mondo delle organizzazioni non profit.

Senza chiederci: cosa succederà fra cinque anni quando questa roba sarà già vecchia, venduta, chiusa, assorbita? Cosa resterà dei nostri dati, dei nostri donatori, delle competenze che stiamo sviluppando?

E non ci chiediamo neppure cosa ne sarà dei dati che diamo all’IA? Le offerte scontate per utilizzare l’IA per le nonprofit non sono una svolta etica di queste aziende, ma sono un amo per avere in cambio una mole di dati quasi unica, che altre aziende non hanno. Le organizzazioni nonprofit non trattano solamente denaro (donazioni), le organizzazioni nonprofit trattano idee, sentimenti, emozioni: un insieme di dati di cui l’IA è golosa, perché è il succo vitale che le alimenta.

Ci sono almeno cinque problemi seri, molto concreti, che il nonprofit sta sottovalutando.

Opera Senza Titolo 65

Più semplice = più potere al fornitore

Tutto quello che scala nel digitale punta a essere sempre più semplice: nel fundraising questo vuol dire piattaforme “fai una campagna in 3 click”, “scrivi il testo con l’AI”, “crea la landing con un clic”. Bene, abbassa le barriere: più persone possono iniziare. Ma c’è un effetto collaterale:

più lo strumento è banale da usare,

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più il potere si sposta verso chi controlla la piattaforma.

Nel mondo che l’IA sta pesantemente modificato,  il fundraiser che sa leggere i dati, costruire un percorso donatore, progettare una relazione strutturata… sparisce. Il fundraiser diverrà un atleta da tastiera, sarà usare i pulsanti giusti e i prompt giusti, ma non sarà un professionista. Nel breve ti sembra un vantaggio (“che comodo!”), nel lungo stai regalando cervello, autonomia e strategia al fornitore.

Opera Senza Titolo 66

Spreco di dati, relazioni e lavoro

Ogni volta che cambi software, perdi qualcosa. File in formati chiusi, database non esportabili, report che non si traducono, dati storici bloccati. L’“interoperabilità” vera quasi non esiste: non conviene a chi vende piattaforme. Il risultato?

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donatori che hai faticato anni per ingaggiare diventano solo “stringhe” difficili da spostare

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la storia delle relazioni (quando hanno donato, perché, da chi sono arrivati) si spezza

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il lavoro fatto sul vecchio strumento non è riusabile, e ricominci sempre daccapo.

L’esempio classico: piccola fondazione in Emilia-Romagna, qualche migliaio di donatori. Usa per anni un gestionale base, con mille limiti, ma ci investe: pulisce i dati, nota le ricorrenze, tagga i donatori. Poi arriva un nuovo direttore che decide di “modernizzare”: cambia tutto, nuovo CRM cloud, tutto più bello. Migrazione fatta in fretta, la storia si perde, i tag non si traducono, metà dei campi storici finiscono in una tabella “Note varie”. Il giorno dopo sembra tutto più moderno. Due anni dopo non sai più chi sono davvero i tuoi donatori storici. Hai buttato via capitale relazionale. Con l’IA è molto facile che sarà così, figuriamoci se i grandi concorrenti dell’IA si mettono a concordare un modo per interagire tra di loro, se gli dai i dati i dati rimarranno a loro.

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Amnesia: perdiamo competenze e ripetiamo gli stessi errori

Quando una piattaforma muore, non perdiamo solo dati. Perdiamo competenze. I trucchi imparati, gli errori fatti, le lezioni “non rifare mai più così” restano chiusi in software che nessuno usa più. Chi progetta il nuovo strumento spesso non sa cosa è successo prima. E così, da bravi, rifacciamo gli stessi errori: metriche sbagliate, automazioni fatte male, relazioni trattate come volumi, donatori usati come “liste”. Nel fundraising lo vedo continuamente: reinventiamo l’acqua calda.

Ogni nuovo tool viene venduto come “rivoluzione”,

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ma è solo un nuovo centro commerciale costruito sopra una città fantasma, con le stesse logiche di prima.

Opera Senza Titolo 68

Saturazione: non possiamo più raddoppiare

Per anni ci siamo detti: “Online c’è spazio infinito, possiamo sempre raddoppiare”. Più persone raggiungibili, più tempo connessi, più canali, più dati. Ma il limite è arrivato:

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non possiamo passare il doppio del tempo online,

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non possiamo raddoppiare i donatori ogni tre anni,

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non possiamo aprire una nuova piattaforma all’anno e pensare che il donatore ci segua ovunque.

Come gli europei che avanzavano verso ovest e a un certo punto hanno trovato il Pacifico: fine corsa. Ora non si tratta di “andare più in là”, ma di decidere dove vogliamo davvero abitare. Come nonprofit, dobbiamo scegliere in quali “città digitali” vivere, e smettere di saltare da un posto all’altro sperando che la soluzione sia il prossimo tool.

Opera Senza Titolo 69

Incapacità al confronto

Quando ci sarà un dubbio, un problema non ti rivolgerai al collega, chiederai all’IA. Perchè “si fa prima”, perchè eviti di “relazionarti”, perchè eviti di mostrarti vulnerabile e non onnisciente. Questo creerà problemi enormi nelle relazioni lavorative negli uffici fundraising, si tenderà a parlare meno e a condividere meno.

L’IA rende questi problemi giganteschi:

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deskilla ancora di più: scrive i testi, segmenta i donatori, propone le campagne

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crea ancora più dipendenza: modelli chiusi, dati che non sai dove vanno, logiche opache

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accelera la velocità con cui le piattaforme nascono, crescono, vengono comprate, chiuse.

Se non mettiamo paletti ora su proprietà dei dati, standard aperti, possibilità di migrare facilmente, tra qualche anno ci ritroveremo con una serie di uffici fundraising “città fantasma” dove abbiamo lasciato dentro tutto: donazioni, storie, preferenze, relazioni, promesse.

Cosa possiamo fare come fundraiser

Da soli non cambiamo i colossi, è vero. Ma nemmeno nel mondo fisico le cose sono cambiate per magia: standard, codici, regole sono nati perché qualcuno li ha pretesi. Nel digitale vale lo stesso. Come settore nonprofit possiamo (e dovremmo):

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chiedere contratti chiari: portabilità dei dati garantita, formati aperti, API documentate

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scegliere fornitori che non chiudono i dati in gabbia

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progettare noi l’architettura: dove stanno i dati donatori, cos’è “core” e cosa è accessorio

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trattare il software per il fundraising come un’infrastruttura, non come un gadget.

E, soprattutto, cambiare mentalità: smettere di vivere da turisti digitali che “provano cose”, e iniziare a ragionare come architetti.
Il fundraising non è “usare un software”. È progettare relazioni dentro un’infrastruttura digitale che cambia in fretta. Se non ne siamo consapevoli, finiamo a vivere – noi e i nostri donatori – in città fantasma costruite da altri.

Non siamo bloccati nel traffico digitale. Siamo noi il traffico. Sta a noi decidere dove andare, cosa costruire, che tipo di città vogliamo abitare con i nostri donatori nei prossimi dieci anni.

Immagine di Valerio Melandri e Francesco Santini

Valerio Melandri e Francesco Santini

Valerio Melandri ha portato il fundraising in Italia e lo insegna da più di venti anni al Master in Fundraising. Autore del libro più venduto sulla raccolta fondi e fondatore del Festival del Fundraising, il più grande evento della comunità europea dedicato al fundraising e alla sostenibilità. Francesco Santini è laureato all’università in Economia e Management delle Organizzazioni Nonprofit dell'Università di Bologna e alla Fund Raising School dell'Indiana University (USA). Si interessa di nonprofit da sempre. Dal 2006 inizia a lavorare in Fondazione Carisbo e oggi è il responsabile Ufficio Attività Istituzionale
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