Storie di nonprofit

Valerio Melandri intervista Kris Gianfreda, regista del film Solo cose belle – come nasce un film

Kris Gianfreda è il regista di Solo cose belle, un film che racconta con allegria e leggerezza l’Associazione Papa Giovanni XXIII.

L’associazione Papa Giovanni XXIII ha voluto ricordare il proprio fondatore, don Oreste Benzi, a dieci anni dalla scomparsa. L’idea era un documentario, ma a Kris Gianfreda l’idea proprio non piaceva: “Sarebbe stato un necrologio! Gli ho detto, facciamo un film! Con le cose più belle che quest’uomo ha lasciato… ci sono le pietre che parlano per lui, le case famiglia”.

Solo cose belle è on demand su Sky . E’ un film molto bello e sta andando molto bene. Io l’ho visto anche con i miei figli ed è piaciuto a tutti. Pur parlando di cose serie lo fai senza appesantire, rendendo libero il pensiero. E’ un nuovo storytelling.

Dopo quindici anni in cui realizzo documentari sul sociale, avevo ben chiara la difficoltà di comunicare storie complicate. Insieme alle difficoltà c’è anche tanto altro. Senza il contesto e il rapporto umano l’immagine che passa dalla telecamera è isolata, è sporca. Passa solo la parte più negativa. La ricchezza invece non riesci a portartela dietro. Per riuscire a cogliere lo spirito di questi mondi, il vero spirito che si vive, ho dovuto ricreare l’ambiente della casa famiglia completamente.

L’hai costruita a tavolino, con la fiction?

Abbiamo ricostruito quello che succedere veramente. L’impatto con persone ai margini crea diffidenza, è normale, è così per tutti, ed è solo l’incontro che ci cambia. Come diceva don Oreste Benzi: “Le cose belle prima si fanno e poi si pensano”.

Cioè piuttosto che stare a fare strategie, pianificazioni, buttiamoci nella realtà.

Don Benzi faceva così. Era un uomo che prendeva dalle persone solo le cose belle e le faceva emergere. Anche se avevano fatto le peggior cose.

Rispetto al modo di raccontare, hai scelto un tono leggero, lieve. Qui funziona, ma è vero anche che nelle raccolte fondi si raccoglie di più se si mostra la sofferenza.

Non sono così esperto… per me la questione è lo sguardo sulla vita. O ce l’hai o non ce l’hai.

Come si scrive un film? Voglio dire, come fate?! Vi mettete in cinque o sei intorno a un tavolo e parlate buttate idee, bevete, fumate?! Se penso a me, a quando devo scrivere una lettera di raccolta fondi, mi metto davanti la foto di mia mamma e penso che la debba leggere lei perché se è chiara a lei convince tutti!

La mia azione principale è stata quella di far sì che le idee andassero nella mia direzione e non in quella della produzione. Avevo un pennarello rosso e con quello cancellavo tutte le pagine con le proposte che non andavano per far sì che il messaggio fosse univoco. Deve essere forte e chiaro dove si vuole arrivare. Si deve mantenere la creatività dentro una direzione precisa, uno stile preciso. La scrittura poi ha una serie di regole tecniche molto precise.

In concreto, come si scrive, cosa si scrive, quante sono le pagine per arrivarci?

Una pagina: l’idea. Da lì al soggetto: 8-10 pagine. E ogni passaggio è creativo, scombina i progetti. Poi il trattamento: 35-40 pagine. Poi la sceneggiatura: 80 pagine. E ogni passaggio discussioni, litigi.

Fino al primo ciack!

In questo caso fino al primo giorno di riprese del mio primo film! Il primo giorno la troupe si deve fidare del regista e non è automatico. Tant’è che un operatore al termine del primo giorno mi ha dato una pacca sulla spalla e mi ha detto: “Hai fatto due film in uno, il primo e l‘ultimo!”. Invece io non ero della stessa idea. Ero contento: avevo in mente cosa doveva accadere. Il lavoro più difficile per il regista è far sì che l’attore diventi il personaggio. Se non hai le idee chiare viene fuori un prodotto confuso mentre lo spettatore deve essere trasportato in una narrazione fluida fino alla fine.

Ti danno retta o sono come i volontari fundraiser che scalpitano e vogliono interpretare? Vedo che una campagna di raccolta fondi è simile.

Non può essere solo direttive… è un’attività creativa se si riduce a esecuzione il film ne risente. Tra le persone deve esserci un confronto. Più che dirigerle va cercato il confronto.

Chi sono stati i donatori per questo film. In generale, chi possono essere per un’opera culturale?

La Papa Giovanni XIII è stata parte integrante, poi abbiamo fatto raccolta fondi su piattaforma. In Italia, quando si fa un film, il regista va a bussare a tante porte. Anche gli enti istituzionali hanno contribuito con beni e servizi.

Chi è la tua figura di riferimento, con chi ti confronti quando pensi a costruire un’opera di questo genere?

Purtroppo in un film ci sono passaggi ermetici, con spazi non comunicanti. L’unica persona che resta in tutto il film è il regista. Gli sceneggiatori sono fondamentali all’inizio, ma dopo hanno finito. Durante le riprese c’è il direttore della fotografia che poi sparisce in fase di montaggio. Solo il regista e il produttore sono sempre presenti. Il regista è responsabile artistico. Per cui il produttore non può dirgli: “Questa cosa non mi piace devi farla così”. Se non gli piace il direttore artistico può licenziarlo, cambiarlo ma non può dirgli cosa fare.

Momenti di tensione?

Sicuramente molti. Ho anche preso la polmonite durante le riprese. Mentre giravamo si sentiva: “Stop!” perché arrivava l’infermiera, pantaloni calati in mezzo al set per l’iniezione di pennicilina e poi via si ripartiva. Così per gli ultimi dieci giorni.

La tua massima felicità?

Il ciack finale! E lì hai il film in mano, lo vedono altre persone, servono altri partner, la distribuzione per esempio… è arrivato in duecento cinema che è tantissimo, in tutte le città, un miracolo per un piccolo film avere la stessa distribuzione dell’Universal. Intorno ai film si crea una comunità se racconta qualcosa di bello, di intimo.

Insomma un film va seguito dall’inizio alla fine, va curato coccolato. Bene, andate a vedere questo film, guardatelo con gli amici, con la famiglia, i figli adolescenti. Vedrete che per una volta non vi diranno “che cavolata mi hai fatto vedere, come sempre” invece stupiti vi diranno “Bello questo!”.

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