Stefano Salvi
Tecniche di Fundraising

Stefano Salvi, che tono di voce usi per raccontare la tua organizzazione?

Nato ad Ostia nel vicino 1984, Stefano ha lavorato in una decina di ristoranti fino alla laurea in antropologia culturale.

Un anno in un ambulatorio per migranti gli fa scoprire che aiutare le persone può essere una professione.
Da allora ha lavorato in diversi centri di accoglienza per senza dimora come operatore sociale e curatore di laboratori di scrittura creativa.

Un master e tanta altra formazione, spesso informale, lo portano nel mondo del fundraising e della comunicazione.
Oggi è il Responsabile individual donors e social media manager di Peter Pan Odv.

Fotografo, blogger per fundraising.it, è autore di diversi racconti. Ha appena pubblicato “Buone cause”, un romanzo ambientato nell’ufficio fundraising di una ONG.

 

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Ci racconti un momento che per te ha rappresentato una svolta nel tuo lavoro?

Quando ho iniziato a lavorare nel sociale. Stavo ancora finendo l’università, studiavo antropologia culturale, facevo ricerca, pensavo che avrei fatto il dottorato e una carriera accademica. Poi ho iniziato a lavorare nel sociale. Era un mondo che non conoscevo, o meglio non avevo chiaro come ci si potesse lavorare. Nella mia testa si trattava di un mondo fatto di volontari. Invece ho conosciuto una realtà strutturata e ho iniziato a dedicarmi ai suoi progetti. Lavoravo sul servizio, perciò ero a contatto con gli utenti, non in ufficio, è stata un’esperienza molto intensa.

Ovviamente un altro momento importante è stato quando una casa editrice ha accettato il mio romanzo. Oltre tutto è capitato in pieno lockdown, in un momento di sfiducia generale. Perciò per me è stato un segnale di ripresa, di rinascita.

E poi 4 anni fa, quando ho iniziato a occuparmi anche di comunicazione e non solo di fundraising ’puro’. Per me è stato un momento importante, perché tutto quello che coltivavo in maniera privata -la scrittura e la narrazione- potevo farlo anche durante il lavoro. È vero che anche con il fundraising avevo molto a che fare con la scrittura, ma aprendomi anche al reparto comunicazione, l’uso della scrittura è diventato più ampio.

Buone cause

Ci parli un po’ della tua passione per la scrittura? quando nasce? Come ti è venuta l’idea di scrivere un romanzo?

La passione per la scrittura l’ho sempre avuta.
In questi anni ho scritto diversi racconti, alcuni pubblicati. Però non riuscivo a metterci la testa per scrivere con continuità e produrre un romanzo. Considera che il primo word intitolato “Buone cause” è del 2015, il romanzo è uscito nel 2021. Ci ho messo 6 anni per scrivere un romanzo di poco più di 100 pagine… Evidentemente mi serviva il lockdown per dedicarmi interamente alla scrittura e chiudere il progetto del romanzo.

Come si scrive un romanzo? da dove nasce l’idea, la motivazione? e come si sviluppa?

Per me, la voglia di scrivere nasce leggendo. Ci sono degli autori che ti piacciono così tanto, che ti fanno risuonare le parole che leggi, tanto da farti venire voglia di cerare anche tu qualcosa del genere.

Poi l’idea proprio di scrivere un romanzo matura nel tempo, quando fai i temi a scuola, quando scrivi spesso e ti piace. Allora ti accorgi che forse hai delle qualità da spendere.

E poi devi avere una storia da raccontare. Se non sviluppi una storia non sviluppi un romanzo. Puoi scrivere altro, articoli, saggi, ma per scrivere un romanzo ci vuole una storia.

Il passo successivo è decidere come vuoi raccontarla, qual è il punto di vista.

E poi devi fare una programmazione, capitolo per capitolo. Devi avere già in mente in quanti capitoli vuoi dividere la storia, dove e per quale motivo devono succedere delle cose. Chi parla nel romanzo, come procede la trama narrativa ecc.

Buone Cause

Una storia di Direct Mailing

Hai parlato dell’importanza di avere una storia, la tua storia da dove nasce?

L’idea viene proprio dal Direct Mailing.

Avevo voglia di scrivere una storia che avesse il DM come filo conduttore, perché mi piace l’idea che noi del nonprofit siamo praticamente gli unici che scrivono lettere.

Sono molto legato alle lettere cartacee. Mi ricordo che a 16 anni ancora mandavo lettere cartacee. Poi sono arrivate le ‘lettere per email’ e adesso nemmeno quelle.
Ora noi fundraiser, attraverso il Direct Mailing, siamo rimasti praticamente gli unici a mandare lettere. Perciò volevo raccontare una storia in cui le lettere ancora fossero parte integrante della vita quotidiana di qualcuno.

La storia che avevo in mente all’inizio era tutta diversa, avevo in mente una storia quasi d’amore. Poi il taglio è cambiato, le lettere hanno preso un ruolo quasi terapeutico. Mi sono basato su una persona reale, che vive in una casa famiglia, per cui la lettura è davvero terapeutica e ho spostato il focus sulla lettura di lettere di raccolta fondi.

Mi piaceva uscire dalla dicotomia che noi fundraiser siamo o quelli santi, i bravissimi che salvano il mondo oppure quelli delle non profit che si intascano i soldi. perciò nel romanzo ci sono varie sfumature, diversi approcci alla raccolta fondi che spaziano tra diverse opinioni, punti di vista e emozioni.

E in ultimo, avevo l’esigenza di partire da un mondo che conosco, di cui conosco i dettagli, il lessico, le dinamiche. Perché l’ambiente in un romanzo è essenziale e deve essere verosimile, credibile.

Altrimenti avrei dovuto fare una vera e propria ricerca. Ad esempio, se domani volessi fare un romanzo sulla pesca sportiva, dovrei fare uno studio. Non puoi scrivere scemenze, devi sapere quali sono i riferimenti, i nomi degli strumenti, le tipologie di pesca, le specie di pesci ecc.

Il tono di voce

Di cosa parlerai al Nonprofit Day? Ci dai qualche anteprima del tuo intervento?

Farò un po’ di esempi per chiarire come riconoscere un tono di voce.

Quello che mi interessa è che le persone imparino a conoscere in poco tempo il codice che sta dietro a un tono di voce.

Nel profit il discorso è rigido e articolato, perché i target di riferimento sono molto definiti. Sesso, fascia d’età, area geografica. Ogni prodotto ha un target ben preciso, dentro ci sono delle differenze ovviamente, ma dal target non si esce e il tono di voce deve essere coerente.

Per noi nel nonprofit, l’uso del tono di voce in un certo senso può essere più semplice perché rispetto ai target del profit, il pubblico è più vario. I nostri pubblici non sono divisi per fasce d’età, sesso ecc. La maggior parte della comunicazione è rivolta a un pubblico eterogeneo.

Per fare un esempio concreto e vissuto in prima persona, vorrei parlare di come ho scelto il tono di vice di Peter Pan, l’organizzazione per cui lavoro che si occupa di oncologia pediatrica.
O meglio, dire che l’ho scelto non è corretto. Esisteva, ma era latente, nessuno l’aveva definito. Mi ricordo che, quando sono arrivato, la presidente mi disse che avevano scelto il nome Peter Pan perché non volevamo chiamare la onlus con il nome della malattia. Peter Pan è una fiaba, ricorda un tono di voce che fa sognare, volare per dire cose serie, anche dure, ma sempre con toni emozionali.
La comunicazione dell’organizzazione rispecchiava questa sensazione, ma non si erano mai dati una regola, dei parametri. Non c’era una narrazione continua, io ho preso tutti questi spunti e li ho ‘messi insieme’.

Anche le fotografie hanno un tono di voce, un linguaggio. Anzi, l’immagine ci aiuta a dare un tono di voce, perché arriva prima della parola, sono più immediate.

Ad esempio, io ho in mente una fotografia che rappresenta benissimo il tono di voce di Peter pan. Non è la più bella, ma è quella che rappresenta meglio il modo con cui vogliamo comunicare.

Per salutarci, c’è libro che ti ha lasciato qualcosa e che ci vuoi consigliare?

La parola immaginata, è un libro che fornisce le basi per capire la comunicazione. Spiega come funziona un ufficio di comunicazione, cos’è il tono di voce, quali sono le tecniche di base ecc. È un classico, un libro molto noto, direi storico.

Anteprima Nonprofit Day

Quante volte hai sentito parlare di tone of voice?

Probabilmente tante, o magari invece è la prima volta.

Se dovessimo fare un esempio potremmo definire il Tone of Voice come il vestito che una nonprofit scegliema soprattutto il modo in cui lo indossa e, magari – con l’aggiunta di qualche accessorio – la capacità di adattarlo a tutti i canali e i compiti di comunicazione. 

Perché è importante? Immagina di avere un amico che ogni volta si presenta e ti parla in maniera diversa. Sarebbe stressante, vero?

Avere un chiaro tono di voce è un elemento strategico per ogni nonprofit perché:

  • permette alla tua organizzazione di essere coerente e riconoscibile;
  • conferisce personalità alla tua organizzazione, rendendola unica;
  • esprime i valori dell’organizzazione e permette di farti scegliere dalle persone e creare relazioni durature.

Ascolta Stefano per scoprire attraverso un confronto con il mondo profit cosa significa parlare di identità narrativa e verbal identity e perché è fondamentale, anche e forse soprattutto per le piccole realtà nonprofit, cominciare a chiedersi: “Qual è il tono di voce della mia nonprofit?”.